Buonarroti fonte di ispirazione per la modernità
Il percorso: dal belga Fabre al francese Yves Klein da Mapplethorpe fino a Michelangelo Antonioni
MODENA. La modernità ha un cuore antico. A sostenere e rinnovare con forza questo messaggio è la mostra "Michelangelo e il Novecento", dove con due disegni del maestro toscano dialogano le opere di Jan Fabre, Yves Klein, Robert Mapplethorpe, Aurelio Amendola, Ico Parisi, Gabriele Basilico, Thomas Struth, Kendel Geers e Michelangelo Antonioni. Ma è nella scultura (Pietà di San Pietro, il David, lo Schiavo morente, il Mosé...) del Buonarroti che trova uno decisivo fondamento il lavoro di artisti contemporanei che praticano la pittura, scultura, fotografia, architttetura e anche video. Una straordinaria eredità storica che pone Michelangelo al di sopra di altri geni italiani del Rinascimento, come Leonardo e Raffaello. «L'opera michelangiolesca è talmente presente - sostiene Marco Pierini - nell'immaginario del '900 che se ne è fatto uso e abuso. Le icone ritornano continuamente, dalla Pop Art in poi, spesso ridotte a oggetti kitsch o di consumo, o a statuette da bancarella».
Non si sottrae a nuova conoscenza Jan Fabre (Anversa 1958) che in "Merciful Dream", con una operazione irriverente, trasforma il dolce viso della Madonna della Pietà in teschio. L'artista si sostituisce a Cristo, nella scultura in marmo, della sala d'ingresso della Palazzina. realizzata a Carrara in un blocco unico tratto dalla stessa cava della Pietà vaticana e presentata, tre anni fa, alla Biennale di Venezia. L'opera riconduce ad un dolore che appartiene a tutte le madri che si sostituirebbero volentieri al figlio morto. L'artista connota l'opera di elementi della sua figurazione: farfalle, scarabei, ragni, lombrichi, il cervello umano come presenza inquietante ma anche di vitalità terrena. Da un modellino in gesso, da souvenir, della scultura michelangioleca Yves Klein (Nizza 1928 - Parigi 1962) dà vita a "L'Esclave" che si riveste di resina sintetica e di pigmento per un blu profondo, intenso, simile all'azzurrite degli affreschi medievali. La figura si fa astratta, eterea. Si pongono in stretta relazione allo "Studio di torso e gambe", un disegno a penna (1524-1525) degli studi anatomici di Michelangelo, le immagini fotografiche in bianco e nero dell'americano Robert Mapplethorpe (1946 - 1989) riguardanti celebri modelli. L'artista ne esalta nella pienezza di forme l'energia virile e un certo erotismo. Anche le foto di Aurelio Amendola (Pistoia 1938) avverano legami con l'altro disegno del Buonarroti, "Studi per le tombe della Sagrestia Nuova" della Basilica di San Lorenzo a Firenze, in cui il maestro cerca una soluzione al problema delle sepolture medicee. Amendola fotografa particolari della Basilica, dopo il restauro, e ne fa il libro "Un occhio su Michelangelo" che nel 1994 vince il Premio Oscar Goldoni. Nella stessa sala la "Pietà Rondanini" in una fotografia di Gabriele Basilico (Milano 1944 - 2003) e nella statua del Mosè in "San Pietro in Vincoli" (Roma) in una stampa alla gelatina d'argento dell'architetto comasco Ico Parisi. L'opera di Michelangelo sa restituire sempre una emozione, come quella provata, nel 2004, dai pur stanchi visitatori di fronte al David alla galleria dell'Accademia di Firenze, che il tedesco Thomas Struth propone in una grande immagine. E il David giganteggia in un blocco di polistirolo, poi rivestito con nastro da segnaletica stradale in bianco e rosso, per mano del suafricano Kendell Geers che porta il capolavoro da icona sacrale a feticcio. Tutto da vedere, per un quarto d'ora, il cortometraggio di Michelangelo Antonioni, dal titolo "Lo sguardo di Michelangelo", realizzato nel 2004 in San Pietro in Vincoli. Il regista allora novantaduenne diventa per la prima volta protagonista sostando davanti alla tomba di Giulio II. Il suo sguardo va soprattutto alla figura del Mosè con quale sembra stabilire un rapporto tra anima e anima.
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