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Cavazza: «Cultura e scuola senza provincialismi»

di Davide Berti
Cavazza: «Cultura e scuola senza provincialismi»

Il nuovo vicesindaco, arrivato in “quota Maletti”, guarda al futuro: «Tante sfide per portare Modena al centro dell’Europa ed uscire da logiche del passato»

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Una chiamata improvvisa che ha accettato con entusiasmo. Gianpietro Cavazza, già presidente del Centro Culturale Ferrari, è il nuovo vicesindaco di Modena e le deleghe a cultura e scuola disegnano perfettamente il raggio d’azione di chi, in questi anni, ha tracciato su questi temi un solco chiaro.

Scuola e cultura: è il caso di dire “finalmente insieme”?

«È un binomio che non può che trovarmi d’accordo. Un motivo in più per lavorare in squadra, condividere, portare sul tavolo tutte quelle scelte strategiche che la città dovrà fare in un ambito, quello educativo-culturale, che andrà di pari passo con le ambizioni spiegate dal sindaco per il futuro della città. Dobbiamo metterci in testa che la cultura non è solo una mostra, un evento, un’occasione. È la ricerca di un modo di essere che dovremo portare avanti».

Cosa intende?

«Dico dialogo, progetti in rete, collaborazione tra gli istituti culturali, che non possono essere pensati come contenitori indipendenti, e i tanti soggetti privati che nei vari ambiti contribuiscono a soddisfare bisogni, necessità, a dare il loro apporto. È con questa idea che dobbiamo trovare delle convergenze, sia quando si parla di cultura, sia quando si parla di scuola e più in generale di educazione».

Cosa significa “fare cultura”, espressione che oggi va molto di moda?

«Noi viviamo in un contesto fortunato, florido e vivace dal punto di vista delle esperienze e delle possibilità. Non ci sono solo le piccole e grandi imprese per produrre cultura. Abbiamo tradizioni importanti, giovani che mettono a disposizione la loro creatività, tradizioni da rispettare, cercando di soddisfare quel senso di appartenenza che va sviluppato a tutti i livelli».

Anche nella scuola. L’esperienza del Centro Ferrari sarà utile?

«Penso agli ultimi due anni, al programma “Ribelli”, dove scuola e cultura hanno saputo dialogare nel migliore dei modi, coinvolgendo centinaia di studenti in un progetto che ha ripercorso personaggi del passato alla ricerca di valori quali la dignità e la passione, due doti fondamentali del vivere di ogni giovane, anche oggi. È un progetto che ha fatto scuola: mi piacerebbe proprio che Modena tornasse a fare scuola, tornando ad essere da esempio per tutti».

Che scatto dovrebbe fare Modena per riuscirci?

«Penso che il problema principale sia riuscire a superare il provincialismo, lasciando spazio piuttosto ad una Modena che sappia guardare con coraggio alla sfida europea che la attende. Modena deve imparare a dialogare, molte imprese già lo fanno: capire come si sta in Europa è oggi la sfida più grande che in termini di cultura e scuola ci deve vedere impegnati tutti».

Non è un politico di professione, ma una domanda è doverosa: non è un mistero che il suo nome sia stato indicato da Francesca Maletti.

«Con Francesca abbiamo radici e visioni comuni, ma il dato politico non è principale. Conta piuttosto la cultura politica con la quale affrontare queste sfide».

@dvdberti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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