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Macachi “prigionieri”: un caso nazionale

di Gabriele Farina
Macachi “prigionieri”: un caso nazionale

Un migliaio i manifestanti da tutta Italia per chiedere lo stop alla sperimentazione nell’Ateneo e la liberazione degli animali

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Ieri in largo Sant’Agostino c’era una bambina con un camice bianco sporco di rosso, il colore del sangue. Assieme a lei, altre seicento persone che da tutta Italia si sono riversate a Modena per chiedere la liberazione dei macachi del Policlinico. Una marea umana che si è spostata lungo l’asse della via Emilia fino davanti all’ingresso della struttura di via Campi. Qui i manifestanti sono rimasti a lungo, gridando “assassini” e “vergogna”, prima di defluire verso via Moreali. «Non sarà una nuova Green Hill - ha spiegato Marco Ribola, rappresentante di Animal Amnesty, l’associazione che ha organizzato la manifestazione - perché non serviranno due anni. Qui in mezzo a noi ci sono alcuni dei tredici ragazzi che hanno contribuito alla liberazione del canile bresciano. Le istituzioni sono dalla nostra parte: novanta parlamentari hanno appena chiesto al rettore la liberazione dei macachi che si trovano nello stabulario modenese. Un mese fa erano in settanta davanti al Policlinico, ora siamo molti di più». «L’assessore all’Ambiente Guerzoni - ha aggiunto Piercarlo Paderno, fondatore dell’associazione - ha già convocato un tavolo con l’Università di Modena per rivedere il protocollo del 1999. Allora Modena era stata la prima a eliminare la ricerca sugli animali nella didattica. Ora siamo convinti che lo faranno anche nella ricerca. Noi non ci fermeremo fino a quando l’ultimo macaco non sarà liberato». «Il dialogo tra l’Università, l’ufficio comunale per i Diritti animali e associazioni come la Lav - aveva sottolineato l’assessore - è sempre stato proficuo e teso alla massima tutela degli animali». «Ricordiamo che le alternative esistono - ha affermato Michela Kuan, biologa e rappresentante nazionale del settore vivisezione della Lav - non possiamo tollerare che i macachi subiscano sperimentazioni molto invasive, attaccabili anche dal punto di vista scientifico». Oltre alla Lega anti vivisezione hanno partecipato al corteo persone in rappresentanza dell’Oipa, di Animal Defenders, degli Animalisti Italiani, di Animal Liberation e di tante altre associazioni. Per far sentire la loro voce avevano scelto diversi strumenti: fischietti, striscioni, peluche di scimmia. In tanti avevano cani al guinzaglio. C’erano manifestanti giovanissimi con i genitori e anche qualcuno più esperto, che non ha voluto rinunciare alla sua presenza. «I macachi stanno nelle loro piccole gabbie - ha continuato Paderno - e si chiedono chi sarà il prossimo a essere strappato dal padre. Chi dovrà finire nei laboratori distanti pochi metri per subire le brecce ossee, che sono buchi nel cervello. Sono test che i ricercatori stessi hanno detto privi di fondamento pratico. Il macaco alfa è da tredici anni chiuso in una gabbia di due metri per due e ha visto i suoi figli piangere, senza poter far nulla per poterli liberare. Noi diciamo basta». «Abbiamo liberato il primo due anni fa - ha ripreso Yuri Bautta, responsabile modenese della Lav - ora l’università non può più acquistarne altri. All’inizio ci prendevano per pazzi, ma abbiamo iniziato a ottenere risultati e continueremo ad andare avanti». C’era chi ha utilizzato gli hashtag “#salviamoimacachi, #salviamoli tutti” e chi ha fatto riferimento alla propria fantasia: “Vivi (un’)Inutile Vita Ingnobile Senza Etica Ti Tormenteremo Ovunque Rimarrai Esecrato” come acronimo di vivisettore. Chi ha citato frasi di Einstein e Gandhi contro la vivisezione e chi ha lanciato messaggi forti come “vivisezionateci tutti” oppure “vivisezionatevi il cervello (e anche una parte utilizzata per la riproduzione)”. «La tortura non è solo la sperimentazione - hanno aggiunto gli organizzatori davanti al Policlinico - ma è anche la vita in gabbia. Quando i macachi saranno liberi avranno bisogno di un periodo di riabilitazione. Potranno però respirare l’aria libera e smettere di soffrire».

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