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Bambini farfalla, una speranza dal Centro Ferrari

Centro Ferrari, una ricercatrice al lavoro sotto la cappa a flusso laminare
Centro Ferrari, una ricercatrice al lavoro sotto la cappa a flusso laminare

Da Modena all’Austria lungo il filo della speranza con la terapia genetica per i bambini farfalla che si sta studiano presso il Centro di Medicina Rigenerativa Stefano Ferrari dell'Università di Modena e Reggio Emilia

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Dall’Emilia all’Austria lungo il filo della speranza: sono partiti l’altra notte dal Centro di Medicina Rigenerativa «Stefano Ferrari» dell’Università di Modena e Reggio Emilia i lembi di pelle geneticamente modificata che sono stati trapiantati ieri mattina alla Clinica Dermatologica Universitaria di Salisburgo dall’équipe del prof. Johann Bauer e del dr. Josef Koller su una paziente austriaca affetta dalla forma Giunzionale dell’Epidermolisi Bollosa, meglio nota come Sindrome dei Bambini Farfalla, una invalidante malattia genetica della pelle.

«Il trapianto eseguito in Austria è frutto di una lunga collaborazione internazionale che ci vede impegnati da molti anni insieme ai principali ricercatori del mondo nella lotta a questa terribile patologia» dichiara la professoressa Graziella Pellegrini, coordinatrice della terapia cellulare al Centro di Medicina Rigenerativa «Stefano Ferrari» dell’Unimore. «Di sicuro la ripresa della sperimentazione costituisce un passo avanti, ma dovranno passare ancora alcuni mesi prima di sapere se saremo riusciti ad ottenere i risultati sperati, quindi al momento è d’obbligo adottare un profilo di massima cautela»

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. Si tratta del secondo intervento al mondo di terapia genica a base di cellule staminali epidermiche geneticamente corrette, dopo quello eseguito, con la tecnologia messa a punto dal team di ricercatori guidati dai professori Michele De Luca e Graziella Pellegrini, all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico di Modena nel 2005 dall’equipe del prof. Alberto Giannetti su un paziente italiano affetto dalla medesima patologia.

«Dopo questo primo successo clinico, che ha entusiasmato gli scienziati di tutto il mondo e i cui risultati si sono mantenuti stabili fino ad oggi - spiega una nota -, all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia si è lavorato duramente per allargare la sperimentazione ad altri pazienti e sviluppare nuovi vettori virali per la cura di altre forme di Epidermolisi Bollosa».

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