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Tane di animali e argini a rischio: il Secchia ha rotto per colpa loro

di Francesco Dondi
Tane di animali e argini a rischio: il Secchia ha rotto per colpa loro

Gli esperti universitari individuano nutrie, tassi e volpi come le principali responsabili del disastro C’è allarme per la tenuta dei terrapieni: «Quando sono zuppi d’acqua la sicurezza cala ancora di più»

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Aipo lo aveva sostenuto fin dai primi giorni, suscitando anche ilarità e sconcerto: le tane degli animali selvatici sono state la causa dell’alluvione, che ha sommerso Bastiglia e Bomporto e allagato chilometri di campagna nelle frazioni di Modena e nel triangolo compreso tra Camposanto, San Felice e Finale. Eppure quell’affermazione, a distanza di mesi, trova un’autorevole conferma dalla commissione d’inchiesta, formata da professori universitari alcuni dei quali finiti nel ciclone per le collaborazioni dirette con l’Agenzia.

«Alla luce di quanto emerso dal presente studio, si ritiene che la presenza di un articolato sistema di tane sia stata determinante ai fini del collasso arginale», scrivono i tecnici, portando a proprio sostegno una serie di foto dall’alto - elaborate nel corso degli anni precedenti - in cui emerge come alla rotta di San Matteo corrisponda la presenza di almeno cinque tane e altrettante sono a pochi metri di distanza. Ma il report conclusivo delle 92 pagine di elaborato, presentato ieri mattina alla commissione Ambiente della Regione, conferma anche l’allarme legato alla tenuta degli argini, al netto delle tane.

«La riduzione di resistenza a taglio dei terreni, indotta dalla loro saturazione anche locale, può causare una significativa diminuzione del grado di sicurezza della struttura arginale nei confronti della stabilità». Detto in altre parole: gli argini zuppi d’acqua, anche con piene moderate, possono cedere e allagare il Modenese.

In sostanza “sono plausibili due fenomeni di innesco del cedimento, che possono aver agito anche congiuntamente”: il primo, spiegano gli esperti, è “un fenomeno che si sviluppa inizialmente mediante un processo di progressiva erosione interna coinvolgente il sistema di tane, eventualmente indebolito dalla precipitazione”, il secondo invece “è un fenomeno di innesco che può essere ricondotto alla progressiva instabilità geomeccanica del corpo arginale, localmente indebolito dalla presenza delle cavità, favorita da condizioni di parziale saturazione indotte dalla piena e dalle precipitazioni”. Piogge che, ricorda D’Alpaos, “non sono state di grande intensità ma persistenti nel tempo”.

La relazione, individuando le cause della rotta, non scioglie però i dubbi sulle eventuali responsabilità dell’alluvione. Chi doveva intervenire sulle tane, già segnalate nelle foto aeree acquisite dalla società Blom Cgr di Parma e che raccontano di una situazione critica fin dal 2012?

Gli scatti dall’alto hanno permesso ai tecnici di elaborare due modelli scientifici, che trova un ulteriore riscontro nella tragedia soltanto sfiorata sull’argine del Panaro, poche ore dopo la rotta del Secchia e di cui la Gazzetta diede conto, venendo tacciata di “allarmismo ingiustificato”. Eppure quanto accaduto in via Tronco, dove intervennero celermente protezione civile ed escavatori, viene assunto dalla commissione d’inchiesta come il caso concreto da analizzare in quanto le condizioni di tenuta dell’argine e della presenza di tane si avvicina di molto alla situazione dell’arginatura crollata del Secchia.

@francescodondi

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