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Da Terim al Barozzi, operaio in “cassa” si diploma ragioniere

di Davide Berti
Da Terim al Barozzi, operaio in “cassa” si diploma ragioniere

Carlo Mattioli, 37 anni, da due a zero ore di lavoro nell’azienda di Baggiovara: «Così ho ridato un senso a tutto»

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Storie come questa meritano di essere raccontate. Il protagonista è Carlo Mattioli, 37 anni, un ragazzo modenese come tanti che qualche anno fa ha deciso di interrompere gli studi per dedicarsi al lavoro di operaio. Una scelta fatta da tanti ragazzi della sua generazione. Tutto bene fino a quando l’azienda per cui lavora non incappa nella crisi a tal punto da metterlo in cassa integrazione a zero ore. E qui, dopo una fase di crisi anche personale, comincia una risalita che lo ha portato a riprendere gli studi e a concluderli brillantemente quest’anno, diplomandosi ragioniere ai corsi serali e ottenendo all’esame di maturità, con i ragazzi che tutti i giorni frequentano il Barozzi, niente meno che 99, il massimo che poteva ottenere. Un voto che premia la forza, la costanza, il coraggio, la voglia di rimettersi in gioco.

Quando è scattata la molla?

«C’è voluto un po’ di tempo. Io vengo dalla fabbrica. Ho sempre lavorato alla Terim, da quando, al quarto anno di ragioneria, decisi di interrompere gli studi. Non volevo gravare sui miei genitori e così cercai un impiego. Avevo già un’esperienza data dal lavoro estivo e quando feci domanda subito mi presero. Erano altri tempi. Subito ero in linea di montaggio, poi addetto alla gestione della catena infine, pur senza avere titoli, mi passarono all’ufficio tecnico. Sono stato anche uno degli ultimi ad andare in cassa integrazione, solo quando ci arrivi capisci che cosa vuol dire».

Cioè?

«Cassa integrazione a zero ore significa perdere ogni riferimento. Speri sempre che sia, come era stato in passato, per un periodo limitato. Era la fine di febbraio del 2012: speravamo durasse un mese, poi poco più, ci dicevamo che dopo l’estate forse tutto sarebbe ripreso, ma i segnali che arrivavano dai sindacati non erano incoraggianti. E infatti spiragli non ce ne sono ancora. Intanto tu sei a casa, fai sempre più fatica ad alzarti, le giornate sono vuote e interminabili: accanto a te vedi chi lavora, chi si è realizzato, chi ha costruito qualcosa. Tu, invece, anzichè andare avanti vai indietro».

Poi cosa è successo?

«Un collega mi ha parlato della sua esperienza dei corsi serali al Corni. Subito non ci ho dato tanto peso, poi capisci che tutto dipende anche da te. Piangersi addosso non conta. Così ho preso informazioni e nel settembre 2012 cominciai a frequentare il quarto anno, da dove avevo lasciato».

Sensazioni?

«Subito un po’ spaesato. Non c’è più l’abitudine alla classe, ai libri, ai compiti. Te lo devi imporre, come fosse un lavoro, proprio come quando eri ragazzo. Passata la prima fase, però, capisci di non essere solo come quando consegnavi il curriculum o facevo le file davanti alle agenzie interinali e nessuno ti chiamava, il telefono non squillava mai».

Che legame si crea in classe?

«È stata una delle scoperte più belle. Io ero tra i più vecchi, ma prima di entrare a scuola ero convinto di trovare tante persone nella mia situazione. E invece la maggior parte erano ragazzi molto più giovani di me, poco più di 20 anni, che già non sapevano più che fare perché lavoro non si trova. Io, almeno all’inizio, sono stato fortunato e lavorando per diversi anni sono riuscito a coprire il mutuo di una casa. Subito sono stati loro a tirarmi e a motivarmi: hanno la mente più aperta, scherzano. Poi sono stato più io a tirare loro verso lo sforzo dei due anni di scuola e verso l’esame».

Emozionato?

«Direi teso il giusto. È sempre un esame. Era più agitata mia madre».

I tuoi genitori come hanno preso questa tua avventura?

«Subito non ci hanno dato tanto peso, poi hanno capito che poteva davvero essere importante per me. E così è stato. Alla fine sono stati miei complici. Come i miei amici».

Cioè?

«Ogni tanto rubavo tempo a qualcuno: uno mi spiegava matematica, l’altro economia aziendale, un altro diritto».

Lo rifaresti?

«Certo, per nulla pentito. Lo consiglio a tutti. È una grande esperienza dal punto di vista umano, psicologico, culturale e sociale. Rinasci. Ed ora ricomincerò a cercare: spero che il mio curriculum faccia un effetto diverso».

@dvdberti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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