Come nasce il nome forte
Un partito che fa le primarie per scegliere il candidato sindaco a S. Prospero può non evitarle nell’indicare il successore di Errani alla guida di ciò che fu l’impero del partito e su cui ora il sole potrebbe cominciare a tramontare?
Vecchie volpi e giovani leoni di ogni età, facendo capolino dall’apparato che ancora resiste all’urto rottamatore ma impegnatissimo altrove di Renzi, hanno provato per giorni ad argomentare sugli specchi un sì. Partendo dalla considerazione che se c’è una candidatura forte, non serve chiamare i simpatizzanti e gli iscritti alle urne. Che significa che quella candidatura così forte non c’era, non c’è, altrimenti il problema non si sarebbe posto: e poco sarebbe servita evocarla attraverso sedute spiritiche o compromessi tra il gotha del partito emiliano. Se, quindi, una candidatura va individuata e poi rafforzata c’è un solo strumento per farlo: le primarie, appunto.
A meno che non si sia ancora capito cosa sono le primarie, che le si guardi ancora e sempre come un regolamento pubblico e a volte un po’ sordido di conti, un talent (oddio, in alcuni casi...) show da risolvere attraverso una rete più grande di quella che maneggia ad esempio Grillo. Le primarie sono, sarebbero, il percorso lungo cui visioni diverse ma infine compatibili di un governo del territorio si esprimono, confrontano, arricchiscono. Il mitico (o mitologico?) modello emiliano molto dipende anche da come si guida la Regione e da tempo ha bisogno di una rilettura e riscrittura.
Avevano in corpo gli organi dirigenti Pd la forza e la lucidità per condensare tutto questo in un nome, per altro dopo “ampia consultazione interna”? No. Molto meglio contaminarsi reciprocamente sotto gli occhi degli elettori, far uscire gli aspiranti governatori dalle stanze del potere e dai confini delle aree ideologiche o territoriali di appartenenza e provenienza, tutt’altro che vaste, comunque ristrette rispetto ai bisogni e alle speranze degli emiliani? Certo, per la Regione è più rischioso che a S. Prospero: ma eleggere significa pur sempre scegliere tra molti, separare il grano dal loglio per renderlo ancora più forte.
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