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CONCORDIA

«Ho perso un amico vero, Ghidoni urlava ‘scappa’»

di Francesco Dondi
«Ho perso un amico vero, Ghidoni urlava ‘scappa’»

Fabrizio Casaglia ha assistito al freddo assassinio del primario di Oculistica «L’altro ha preso la pistola dalla borsa e ha esploso dei colpi anche verso di me»

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CONCORDIA. La sua sarà la sfida più dura da vincere: cercare di non farsi travolgere dai fantasmi che lo rincorreranno per tutta la vita. Fabrizio Casaglia, 52 anni, falegname è il testimone diretto dell’omicidio di via Chiaviche. Faceva parte del trio che stava parlando davanti all’abitazione in ristrutturazione, conosceva benissimo Amos Bartolino e con Carlo Ghidoni aveva avuto qualche rapporto di lavoro. «Ho perso un amico per una stupidata», dice con la voce rotta dalla rabbia e dall’emozione. Non ha voglia di parlare, cerca di combattere contro l’incubo che continua a rivivere in ogni attimo. Dovrebbe andare a lavorare, ma la mente ritorna in ogni istante a quei frangenti mentre il chiacchiericcio di paese, dove tutti millantano di sapere tutto, lo infastidisce. «Vi hanno raccontato tante cose non vere - ammette - adesso è difficile provare a rimediare».

In tanti lo cercano al telefono, c’è chi gli scrive sui social o bussa alla sua porta: tante persone che vorrebbero trasmettergli vicinanza, o solo conoscere dalla sua diretta testimonianza ciò che è realmente accaduto a Santa Caterina. Al pm De Santis e ai carabinieri, Casaglia ha raccontato tutto, partendo dai primi istanti dell’incontro nel giardino.

«Ero lì per chiedere una cosa ad Amos e andarmene via - spiega - Non a caso c’era mia figlia in auto. Il mio amico e Ghidoni stavano chiacchierando, non c’è mai stato un vero diverbio che potesse anche solo far ipotizzare quella maledetta fine, anzi ho detto loro di andare al bar a prenderci un caffè per chiuderla in fretta. Tra l’altro era da circa un anno che bisticciavano, ma cose di poco conto. Magari discutevano il martedì e poi il giovedì tutto si risolveva, Amos andava in palestra con Ghidoni, che era il suo maestro di tai-chi e si sistemavano».

Ma domenica mattina un epilogo inatteso, portato a termine con grande lucidità nonostante l’assassinio possa essere imputabile di primo acchito ad un raptus. L’elettricista abbandona la conversazione nel giardino, si dirige verso la sua auto e prende un borsello: dentro c’è la pistola, la impugna e fa fuoco mentre l’oculista si trova sulla soglia della porta d’ingresso.

«Poi si è girato verso di me - continua Casaglia - ha sparato due colpi, ma forse si è reso conto di quello che stava facendo e mi ha urlato “Vai via, altrimenti ammazzo anche te e poi mi sparo”. Sono scappato, ma ho visto il resto».

E il resto è un misto di follia e razionalità: Ghidoni si dirige verso la casa in ristrutturazione, raggiunge Bartolino e lo fredda con un altro colpo per poi decidere di farla finita.

«Ho perso un amico - continua a ripetere il falegname - e ora dovrò cercare di uscire da questa situazione. Dovrò farcela da solo, ma non potrò mai dimenticare. L’assassino? Magari era un po’ depresso, lo sapevano in tanti, ma non pensavo proprio covasse una rabbia del genere. Dire che fosse un buono forse è eccessivo, scherzava in modo strano però se lo conoscevi ci avevi già fatto l’abitudine».

Casaglia saluta cortesemente, vuole chiuderla qui e tornare nel suo anonimato, ma da domenica mattina nulla sarà mai più come prima. C’è un amico da piangere e a cui rendere onore.

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