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Il delitto di Concordia / Il padre: «Perché fidarsi di quel pazzo?»

Il delitto di Concordia / Il padre: «Perché fidarsi di quel pazzo?»

«Glielo avevo detto: doveva mandarlo via, quell’uomo non era normale, lo avevo capito subito». La madre sconvolta

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DELITTO DI CONCORDIA "NON E' STATO UN RAPTUS, CI FU PREMEDITAZIONE". Non è stato un gesto di un folle, ma un qualcosa di premeditato. Di annunciato con luc idità con una lettera trovata dagli investigatori nel computer di Carlo Ghidoni. Questa l'agghiacciante novità emersa in mattinata in Procura e rivelata dal procuratore aggiunto Lucia Musti. "L'uomo - ha spiegato la dottoressa Musti - nella sua stanza oltre ad avere altre armi ha lasciato uno scritto firmato nel quale  in modo tranquillo, freddo, rappresenta la sua sfiducia verso le istituzioni e la giustizia dicendo che in questo mondo di furbi lui si doveva fare giustizia da solo"

Carlo Ghidoni - l'elettricista di 51 anni di Carpi che ieri a Concordia sulla Secchia ha assassinato a colpi di pistola l'amico Amos Bartolino, oculista reggiano di 50, prima di uccidere se stesso - aveva pochi giorni fa scritto un documento in cui annunciava di volersi fare giustizia da se' in una societa' ingiusta e che il medico avrebbe pagato per tutti i suoi debitori. Il 51enne scrive che non gli erano state pagate 800 ore di lavoro.

Circostanza, questa, tutta da verificare. Il documento, da lui firmato, e' stato trovato nell'appartamento di Ghidoni dai carabinieri che indagano sull'omicidio-suicidio, avvenuto accanto al casolare in ristrutturazione dove l'artigiano effettuava lavori per Bartolino, proprietario dell'immobile e primario di Oculistica dell'Ausl di Reggio Emilia. La vittima, dalle prime ricostruzioni, sarebbe arrivata all'incontro con la pistola carica e con un altro caricatore da 13 colpi nello zaino. La vittima sarebbe stata raggiunta da quattro proiettili, due al torace e due all'addome. In quel momento era presente una terza persona, un falegname convocato per l'incontro, che e' fuggito raggiungendo la propria figlia adolescente rimasta in auto.

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La direzione generale dell'Ausl di Reggio Emilia e i colleghi di Bartolino esprimono in una nota "dolore e incredulita'" per quanto accaduto e si stringono alla famiglia del primario assassinato. "Il dottor Bartolino - si legge - e' stato non solo un professionista molto competente, appassionato del suo lavoro, ma anche una persona molto attiva, propositiva sempre disponibile e di grande umanita'. Lascia un vuoto enorme in tutti i colleghi che lo ricorderanno per cio' che ha portato al servizio in termini di innovazione, qualita', sviluppo tecnico e organizzativo. L'Azienda Usl ha perso oggi un validissimo collaboratore".

Il direttore generale dell'Ausl di Reggio Emilia, Fausto Nicolini, ricorda poi di aver conosciuto Bartolino "quando partecipo' al concorso per il primariato di oculistica. Mi colpi' fin da subito - dice Nicolini - la sua visione innovatrice, che riverso' con energia e passione nel suo incarico. Lo ricordo inoltre come una persona gioviale e sempre positiva, razionale e disponibile al confronto e piacevole nella conversazione".

IL DOLORE DEI GENITORI DI AMOS BARTOLINO Un urlo lancinante, che strappa il cuore: «Hanno ucciso mio figlio! Non può essere stato che quel pazzo, glielo avevo detto subito ad Amos di mandarlo via, si vedeva che era un disgraziato».Da pochi attimi i genitori del medico ammazzato a Santa Caterina di Concordia, hanno saputo della tragedia. Un pugno nello stomaco incassato all’improvviso. È pomeriggio inoltrato e nell’area residenziale di via Accursio a Reggio Emilia il dolore si tocca con mano nella villetta a tre piani immersa nel verde della famiglia Bartolino.

 

Neville Menozzi, si tiene la mano sul petto, l’emozione è fortissima, s’appoggia al marito Pasquale Bartolino che si fa duro come una roccia, perché è troppa la rabbia per un pericolo che lui aveva fiutato diverso tempo fa e che ora si è materializzato.

 

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I genitori hanno subito capito chi poteva aver sparato al figlio e vanno immediatamente ai guai creati da Carlo Ghidoni nella casa in ristrutturazione a Santa Caterina di Concordia in cui sarebbero andati ad abitare anche loro una volta ultimati i lavori.

«Perché l’ha ucciso? Perchè è un pazzo – grida il padre – e mi era bastato vederlo una volta a San Martino in Rio. Sono un maresciallo dell’aeronautica in pensione, facevo selezione di personale, non ho avuto dubbi e l’ho detto immediatamente a mio figlio: quell’uomo non è idoneo, non è normale, ha gli occhi trasognati, mandalo via! Invece ad Amos faceva pena e ha continuato a farlo lavorare nella casa in ristrutturazione. So solo che era un maestro di karate, ma non mi è piaciuto alla prima occhiata. Mio figlio non doveva tenerlo».

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La moglie cerca disperatamente di mettersi in contatto con qualcuno al telefono. Nel cortiletto il marito ha solo un attimo di sbandamento quando apprende che chi ha sparato a suo figlio si è poi suicidato. Ma è solo la reazione di un attimo, perché basta parlargli del possibile movente, cioè un piccolo debito da saldare, che ritorna la rabbia di chi ha da sempre temuto quell’uomo: «Ma quale debito! Man mano che faceva i lavori mio figlio lo pagava, andava anche a prendergli la roba che serviva nella casa. Il problema era di sicuro solo nella testa di quella persona. Non era mai contento – s’infervora il maresciallo in pensione – voleva sempre fare qualcosa in più di quello che gli veniva chiesto di fare. Non era uno a posto e me lo sentivo che avrebbe potuto fare qualcosa di terribile».

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I due genitori sono soli in casa, la figlia – l’avvocatessa Milena Barbara Bartolino che nella casa di famiglia ha anche lo studio legale – è in Romagna e neppure lei probabilmente sa della tragedia che si è abbattuta in un’anonima domenica di luglio su tutti loro. La mamma prova a telefonarle, non riesce a trovarla.

«Ma come si fa a perdere un figlio così?» si chiede con un filo di voce la mamma uscendo nuovamente di casa per cercare conforto dal marito che l’abbraccia, la rassicura, cerca di non farle perdere la testa.

Lacrime strozzate in gola, poi d’un lampo l’unico desiderio è andare al più presto da Amos: «Voglio raggiungerlo all’istituto di medicina legale di Modena. Ma perchè affidarsi ad un disgraziato come quello là? Mi sembra di morire...».

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È una scena straziante: Pasquale e Neville si stringono, si fanno forza, il figlio oculista di fama che era il loro orgoglio non c’è più, freddato da una persona che conoscevano e temevano da un bel pezzo: «Un pazzo, l’ha ucciso un pazzo...».

Tiziano Soresina

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