Una vendetta contro i debitori: il piano omicida in una lettera
L’elettricista ha ucciso a freddo il dottor Bartolino sparando davanti alla casa in ristrutturazione Un gesto premeditato: nel suo ultimo messaggio, lasciato sul tavolo, annuncia l’intento punitivo
CONCORDIA. Quando l’altra sera i carabinieri hanno perquisito la sua casa a Carpi, oltre a trovare un fucile a pompa e una carabina - armi detenute legalmente con la Glock usata per l’omicidio-suicidio - sul tavolo della sala di Carlo Ghidoni, 51 anni, hanno notato un foglio stampato al computer con la sua firma in calce dal contenuto impressionante. L’uomo reputato irreprensibile e dotato di self-control, cultore di arti marziali e tai-chi, scriveva di non credere più nella giustizia e nello Stato italiano.
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«Sono stanco, i furbi la fanno sempre franca». Di qui la sua decisione di fare giustizia da sé: troppi i crediti che non riusciva a incassare, troppi i clienti che non onoravano gli impegni. «Amos Bartolino pagherà per tutti». La lettera sarebbe stata scritta poco tempo prima del delitto. Un testo che collima con i contenuti fortemente aggressivi pubblicati sulla sua pagina Facebook, ma che in questo caso indicano una vittima designata: il chirurgo oculista primario all’ospedale di Correggio che gli aveva commissionato i lavori. Al centro del suo livore un conteggio per le opere nella casa in ristrutturazione di via Chiaviche: 800 ore di lavoro che il medico non riconosceva come tali. Un saldo contestato di 15mila euro.
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È questa la scoperta fatta dagli investigatori della compagnia di Carpi che ha permesso al sostituto procuratore Lucia De Santis di chiudere il cerchio ipotizzando un movente plausibile a un doppio delitto - omicidio del medico e suicidio dell’elettricista di Concordia - altrimenti oscuro. La De Santis ha quasi concluso il caso: mancano la perizia della Medicina legale e la verifica delle testimonianze di Fabrizio Casaglia, il falegname che abita sempre in via Chiaviche, presente al momento della sparatoria. Casaglia è stato subito sottoposto al test dei tamponi che rilevano tracce di sangue e tracce dello sparo per confermare la sua estraneità all’accaduto, un atto dovuto.
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Dunque, Carlo Ghidoni era vittima di una profonda frustrazione sfociata nella convinzione che Bartolino fosse un uomo-simbolo dei tanti creditori che non volevano pagarlo e che quindi doveva essere “punito” togliendogli la vita. Ecco perché si è presentato all’ultimo incontro di domenica mattina alle 8.30 con la sua pistola carica nel marsupio e con un caricatore di scorta pieno di proiettili. I Ris stanno valutando quanti proiettili avesse con sé. Resta il fatto che l’uccisione dello stimato chirurgo oculista è avvenuta come una “sentenza a freddo”. Senza un pretesto. Lo indica anche la ricostruzione del falegname.
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La Procura ha inoltre appurato che giovedì 10 luglio Ghidoni era andato all’ospedale di Correggio e aveva incontrato Bartolino. Avevano discusso dei corrispettivi per i diversi conteggi delle ore, la cui differenza era comunque consistente. Non erano arrivati a un accordo. I due si erano lasciati dando si appuntamento a domenica mattina in via Chiaviche di Santa Caterina per verificare lo stato dei lavori nel cantiere. Bartolino aveva chiamato all’incontro anche Casaglia che stava svolgendo lavori ai serramenti dell’edificio, ma a questo punto è ragionevole supporre che preferisse la sua presenza anche per avere un testimone nel corso della discussione. Una persona di fiducia conosciuta bene anche da Ghidoni che potesse portarli a un accordo. Infatti la discussione è tornata a galla, ma in modo pacato. Lo dice il testimone e lo dicono i vicini che non hanno sentito grida.
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Quando Casaglia ha invitato tutti al bar per bere un caffè, Ghidoni è uscito un attimo, ha aperto il cruscotto dell’auto, ha preso il marsupio, si è avvicinato alla porta, ha estratto la calibro 9 e ha fatto fuoco. Quattro colpi contro il medico, che si trovava vicino alla soglia. Il corpo di Bartolino è caduto all’interno della casa. Ghidoni è andato a vederlo e lì si è sparato alla tempia.
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