Sparò 30 volte al fratello: 10 anni, 8 mesi
Giordana Guidi condannata per aver ucciso il familiare. «Dovevo farlo - ha detto in aula - o sarei un’altra donna morta»
«Ho fermato Guidi Gabriele. È lui l'assassino. Se non l'avessi fatto, sarei una delle tante donne uccise. E io sarei stata uccisa. Ne sono sicura. Le istituzioni si prendano le loro responsabilità per fare il loro dovere, cosa che non hanno fatto». Le parole di Giordana Guidi, 44 anni, restano sospese nel silenzio dell’aula di tribunale. La sua dichiarazione spontanea davanti al gup Maria Teresa Magno si è conclusa. È la sua spiegazione del delitto in famiglia: trenta colpi di pistola calibro 9 contro il fratello Gabriele, 36 anni. Fratello-padrone violento e vessatorio, riferisce, che alzava sempre più l’asticella della violenza e della sopraffazione contro di lei. È la sua verità detta alla fine di testimonianze, perizie e requisitoria dell’accusa, pm Lucia De Santis, che aveva chiesto 16 anni con le attenuanti generiche equivalenti in considerazione del grave stato di degrado ambientale in cui viveva l’imputata. Assoluzione: era la richiesta del difensore avvocato Giampaolo Ronsisvalle che si è battuto fino all’ultimo per dimostrare la legittima difesa come risposta proporzionata a un male ingiusto. Ieri pomeriggio, dopo ore di camera di consiglio, il giudice ha sentenziato una condanna con rito abbreviato di dieci anni e otto mesi di carcere (già comprensivi dello sconto di pena dovuto al rito scelto). In aggiunta, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la distruzione dell’arma del delitto, una Glock, e di una carabina che Giordana usava per la sua passione, il tiro a segno. Sempre troppo secondo lei: all’uscita mentre sale sul furgone della penitenziaria diretta a Sant’Anna dice: «Scrivete che non è giusto, non è giusto!». Eppure il giudice ha tenuto conto delle attenuanti generiche dando loro un peso prevalente, proprio per l’atmosfera asfissiante in cui è maturato questo crimine efferato: tre colpi mortali al torace e il resto sui genitali del “maschio di famiglia”. Lo stesso che Giordana ha indicato più volte, soprattutto nella sua dichiarazione finale, come un violento ossessivo che voleva distruggere la vita sua e di tutti i fratelli. Si chiude così il primo capitolo giudiziario di un omicidio che ha destato scalpore e in un certo senso ha anche diviso l’opinione pubblica modenese. Omicidio motivato da ribellione a un violento, comprensibile anche se non giustificabile, oppure un omicidio efferato e basta? È stata la stessa Giordana a telefonare al 113 per confessare immediatamente cosa aveva appena fatto. Erano passate le 14 del 20 dicembre 2012, quando la prima pattuglia della Volante arriva alla casa rurale di via Ponte Ferro di San Matteo, tra il Canaletto e l’Alta Velocità, dove si era stabilita Giordana, dopo la separazione, e dove vivevano già in una situazione difficile sei fratelli e il padre anziano. In cucina, il cadavere di Gabriele. La pistola dell’omicidio e i due caricatori usati ben visibili. Emergono subito storie di violenze subite e forse di abusi, riferiti da Giordana, in un costante sottofondo di offese, sfide, recriminazioni. Un avvelenamento quotidiano che la sera prima era sfociato nell’ennesima lite. Eppure in quella tarda mattinata Giordana è scesa in cucina armata e col caricatore di scorta pieno di proiettili. Non poteva essere un caso. Al massimo, come sostenuto, un modo per difendersi. Perché i due si scontreranno subito in quella che diventerà la scena del crimine. Lui seduto, in mezzo il tavolo, lei in piedi dall’alta parte. La difesa ha sostenuto, forte della perizia medico legale, che era possibile una distanza ravvicinata per una collutazione. Giordana ha parlato di un pugno sotto il seno. Fatto sta che ha sparato al fratello seduto.
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