Un master di riutilizzo dei beni
Corso per il recupero, ma la catalogazione è parecchio in ritardo
La mappatura elaborata a conclusione del master verrà caricata sul portale web della Regione, che ha patrocinato il progetto, divenendo così patrimonio pubblico.
L’obiettivo è farla diventare non solo un fondamentale strumento per la promozione e diffusione della cultura della legalità ma anche un mezzo di progettazione e pianificazione del territorio.
«Il Master di Secondo livello in “Gestione e riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie. Pio La Torre” – spiega la professoressa Stefania Pellegrini, che ha curato tutto il progetto - nasce infatti da un’esigenza specifica e concreta, avvertita in primo luogo dalle Procure italiane che hanno a più riprese lamentato la carenza di professionalità nella gestione di beni contrassegnati da una provenienza particolare, che li rende distinti da ogni altro bene o azienda: quello di essere stati di proprietà delle organizzazioni criminali di stampo mafioso».
Il Master intende rispondere a questa specifica esigenza con un percorso formativo estremamente articolato, comprensivo di 200 ore di lezione frontale all’interno delle quali gli iscritti hanno la possibilità di confrontarsi con i massimi esperti dell’antimafia sociale e giudiziaria, così come con i professionisti più apprezzati nell’ambito della gestione e del riutilizzo dei beni confiscati. La parte svolta in aula è poi completata con un tirocinio di 375 ore, durante il quale ogni partecipante ha la possibilità di mettere a frutto le competenze acquisite, cimentandosi nell’attività di gestione dei beni, della progettazione per fini di riutilizzo, o della ricognizione delle caratteristiche del territorio, come è avvenuto nel caso della dottoressa Terenzi, che ha realizzato uno strumento innovativo e sinora assente.
« Purtroppo - spiega la Pellegrini - le informazioni disponibili sono quelle pubblicate sul sito dell'Agenzia Nazionale dei beni confiscati alle mafie e danno un’immagine ferma a più di un anno fa e sono molto parziali, oltre al fatto di essere poco approfondite. Si tratta infatti in dati statistici o numerici che non sono in grado di restituire informazioni sulla reale consistenza dell’immobile con un margine di errore che può spaziare da una cantina di pochi metri quadrati all’attico di pregio con una lista di variabili che potrebbe essere pressoché infinita. La mancanza di un quadro chiaro e aggiornato arreca due fondamentali conseguenze: la prima sono le enormi difficoltà che le amministrazioni incontrano nel gestire e riprogettare l’utilizzo di questi beni, la seconda è il non remoto rischio di rendere vano il messaggio che si cela dietro l’utilizzo sociale di beni confiscati». (f.d.)
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