«Succede quando si vive il mestiere come un ripiego»
La testimonianza dei professori. Tra i problemi la precarietà «Cambiare scuola di anno in anno è dannoso per tutti»
Numeri, problemi, proposte, voci. Ma siamo sicuri che un discorso così ampio e di capitale importanza come quello sull'insegnamento debba esaurirsi in una mera questione di riforme e diagnosi, che non ci sia qualcosa su cui riflettere a monte? Come si inserisce la città di Modena in questo quadro? Come commentano questi dati alcuni dei nostri insegnanti, di ruolo o precari? Niente attacchi di panico, per fortuna: almeno per quanto riguarda i soggetti da noi intervistati, la sindrome di bornout non fa parte delle loro esperienze. Molto da dire, comunque, sulle storture del sistema scolastico, sui temi e sui problemi sopra elencati, soprattutto per quanto riguarda il rapporto coi genitori e il contrasto tra energia, motivazioni ed entusiasmo necessario per insegnare e un pensionamento troppo tardivo. Al centro l'opinione pubblica sul mestiere dell'insegnante: un punto fondamentale e preliminare, forse, a tutto ciò che riguarda le riforme, le pensioni, le diagnosi e le proposte più o meno lucide.
LA QUESTIONE PRECARIATO
Per quanto riguarda il precariato, la situazione è a tutti nota: graduatorie infinite, una formazione che è un percorso a ostacoli, la possibilità di diventare insegnanti di ruolo ridotta a un lumicino: Lucia Chimenti, trentaquattrenne, insegnante precaria di francese da sette anni, ha appena concluso il suo terzo anno di insegnamento all'Istituto Professionale “Elsa Morante” di Sassuolo, ed è ora nuovamente disoccupata. «Cambiare scuola di anno in anno - spiega - è dannoso per gli studenti oltre che per noi: ogni volta si ricomincia da zero, interfacciandosi con indirizzi scolastici, metodi e situazioni diverse, passando da famiglie troppo presenti a famiglie quasi assenti. Non c'è radicamento né certezza per il futuro e nonostante il continuo cambiamento il punto d'arrivo è una pressochè totale immobilità professionale».
Cosa ne pensa un precario della possibile istituzione della figura del docente “senior”? Dovrebbe essere superfluo precisarlo: «Una situazione uguale con un nome diverso, senza alcuna speranza di un vero ricambio generazionale".
Quanto ai docenti di ruolo, abbiamo chiesto un parere alla professoressa Marzia Ballestrazzi, insegnante di tecnologia meccanica all'Istituto Tecnico Industriale Statale “Fermo Corni” e alle professoresse Donata Ghermandi, Silvia Macchioro, Bianca Cavazzuti e Cecilia Lugari del liceo classico Muratori, rispettivamente insegnanti di italiano e latino, latino e greco, storia e filosofia, matematica e fisica.
LO SCOGLIO PENSIONI
Per quanto riguarda il discorso pensioni, l'opinione è unanime: il rischio dell'innalzamento dell'età pensionabile si configura come una ricaduta sulla qualità del proprio lavoro, sulle motivazioni e soprattutto sull'interesse degli studenti nei confronti dell'esperienza scolastica. «Sono molto contenta del mio lavoro, in cui credo, e del mio rapporto con gli studenti - afferma la professoressa Balestrazzi - Insegno una materia di specializzazione e quindi li proietto direttamente nel mondo del lavoro, organizzando stage e colloqui. A 55 anni mi sento ancora molto attiva, ma se tra qualche anno mi dovessi accorgere di non essere più in grado di gestire il mio lavoro allo stesso modo e di non avere lo stesso entusiasmo, questo mi creerebbe notevoli problemi».
LE VERE MOTIVAZIONI
Il filo rosso di tutte le loro esperienze, comunque, è la motivazione. «Io ho scelto di fare l'insegnante, sto facendo il mestiere che volevo e questo è fondamentale: spesso si tratta di un ripiego, vissuto con naturale frustrazione, e le conseguenze sono tutt'altro che idilliache», afferma la professoressa Lugari. La professoressa Ghermandi riporta il discorso sul piano del rapporto docente-studente, una sfida che precede qualsiasi altra considerazione: «Considero il mio mestiere meraviglioso, perché mi permette di occuparmi delle cose che amo e di farle conoscere, di parlare della vita e del pensiero con i giovani, di rinnovare ogni volta percorsi e argomenti: l'insegnamento è routinario se chi insegna lo rende tale, in sè è uno dei mestieri meno ripetitivi. È chiaro che la stanchezza aumenta col passare degli anni e questo è negativo, come lo è ritenere a priori che un ingresso allargato di giovani insegnanti “migliori la didattica”. Gli insegnanti, giovani e vecchi, sono persone diverse, ciascuno con il suo sapere e le sua capacità di trasmetterlo: non si può generalizzare. Il rapporto docente-discente è prima di tutto un rapporto fra persone».
COME SI RECLUTA
Un discorso, quello della motivazione, che va a braccetto con quello dei criteri di selezione del corpo insegnanti, quindi. Monica Barbolini, segretaria provinciale della Cisl Scuola di Modena, commentando il recente studio Inpdap, ha affermato: «Tutto questo richiede un ripensamento della professione docente, a partire dal reclutamento: a chi desidera insegnare occorre fornire strumenti adeguati. Molti aspiranti insegnanti non hanno mai affrontato studi di psicologia, pedagogia, didattica perché il percorso non lo prevedeva».
IL RITRATTO IDEALE
Ma siamo sicuri, ancora una volta, che lo stesso insegnamento, come d'altronde l'apprendimento, possa ridursi a un ammontare di capacità imparate presso corsi organizzati, per quanto tenuti da esperti in materia? La professoressa Cavazzuti sembra rispondere alla domanda, quando commentando il quadro afferma che «gli esami di abilitazione e i concorsi dovrebbero selezionare gli insegnanti non solo sul possesso dei contenuti specifici, ma, come di fatto avviene per l'assunzione di qualsiasi personale, sulla base del possesso di altri requisiti imprescindibili: empatia, innanzitutto, equilibrio emotivo, autorevolezza, impegno nell'aggiornamento, pazienza e rispetto. Non consentire a chi non possiede questi requisiti l'accesso all'insegnamento significa evitare anni di sofferenza e demotivazione a se stessi e agli studenti, significa diminuire il numero dei docenti inadatti a favore della vocazione di altri, con un notevole risparmio economico a vantaggio di investimenti culturali e di stipendi più alti».
BORNOUT COME ICEBERG
Basta andare un po’ più a fondo, allora, per capire che la sindrome di bornout è la punta di un iceberg che affonda le sue radici in un abisso che solo la lungimiranza può penetrare, la stessa necessaria a riformulare il pensiero comune, e politico, sul mestiere dell'insegnante. A partire dal carico di lavoro che questo comporta, «molto alto e, soprattutto, tragicamente misconosciuto e sommerso - afferma la professoressa Macchioro (ma anche tutti gli altri intervistati) - Noi non abbiamo un orario di lavoro definito e controllato. Ci sono le diciotto ore di cattedra e tutto il resto che non finisce mai: compiti da correggere, lezioni da preparare, aggiornamenti, rapporti con ragazzi e famiglie, riunioni, consigli di classe, esami, non ultime molte perdite di tempo a scapito della lucidità e del tempo necessario per fare bene il proprio lavoro. Tutti sono andati a scuola e tutti sono convinti di sapere come funziona anche dietro la cattedra». Smettere di considerare l'insegnante come «quello del part time e dei tre mesi di vacanza» potrebbe essere un piccolo passo per l'uomo e un grande passo per i luoghi comuni su un mestiere che, in realtà, salda i punti fermi su cui, consciamente o meno, costruiamo tutto quello che il futuro ci consegna a scatola chiusa.
Alessandra P. De Luca
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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