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«Occorre creare una relazione tra normalità e follia»

«Occorre creare una relazione tra normalità e follia»

«Personalmente credo che la parola “matto” non esista, che non abbia nessun significato reale in quanto esisto “io” con i MIEI vissuti personali! Non mi considero affatto “matta”. Io sono una persona...

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«Personalmente credo che la parola “matto” non esista, che non abbia nessun significato reale in quanto esisto “io” con i MIEI vissuti personali! Non mi considero affatto “matta”. Io sono una persona con un problema di salute che non va discriminata o penalizzata per questo!». Sono queste le parole di Elisa, utente del Centro di Salute Mentale (CSM) di Castelfranco Emilia. Le fa eco Giulia: «Ciò che più mi irrita è il giudizio altrui, di chi si permette di guardarti dall'alto come fosse onnipotente, quando in realtà non può o non vuole capirti. È più facile additare chi è “diverso” che provare a comprendere le sfaccettature dell'animo umano». Nel CSM ci proponiamo di dar voce a chi viene zittito e stigmatizzato come “matto”, cosa che suscita in molti di noi una profonda indignazione. Leonardo ricorda: «La malattia l'ho vissuta come un fallimento totale. Desideravo una carriera nel Corpo della Guardia di Finanza, ma ho dovuto rassegnarmi e cedere il passo alla malattia. Oggi cerco di condurre una vita normale nonostante il fallimento». E sulla scia del disagio psichico vissuto come fallimento si muovono anche le parole di Enrica: «La mia sofferenza risale a dieci anni fa quando a vent'anni manifestai per la prima volta il “crampo dello scrivano” compromettendo soprattutto il mio percorso universitario. Per la vergogna di non riuscire a scrivere, mi sono chiusa allontanando da me persone e amicizie». Al di là dello sconforto o del risentimento siamo però consapevoli che, per andare oltre lo stigma, sia necessaria una nostra presenza e partecipazione nella collettività. Laddove emergeranno disagi e imbarazzo per la nostra presenza, si evidenzieranno i limiti della società. È per questo che il disagio mentale non è qualcosa che riguarda soltanto noi utenti del CSM ma chiama in causa la comunità stessa. La sofferenza mentale non riguarda solo coloro che la provano ma tocca anche, e soprattutto, quelli che gravitano intorno alla persona. Questa è la nostra testimonianza per far conoscere all'esterno la realtà del nostro Centro, un luogo in cui ci si sente capiti e accettati e in cui si lotta per accrescere la consapevolezza che un ponte tra la normalità e la follia è realizzabile.

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