Embargo russo: sotto scacco il settore carni
Solo l’export di salumi rischia perdite per 2 milioni di euro, il comparto del “fresco” è il più esposto
Mano a mano che passano le ore e si precisano i contorni dell’embargo deciso dalla Russia contro le importazioni da Unione Europea e Usa, anche in Italia si fanno i conti con le ricadute economiche del blocco. La guerra di Crimea è lontana come le sue vittime civili e innocenti; gli esportatori dal canto loro hanno cominciato a mettere in fila i numeri. Modena è ai primi posti nella trincea economica del contrasto Est-Ovest. Il primo camion respinto alla frontiera arrivava carico di pere del consorzio Fruit Modena Group, avanguardia delle 3.000 tonnellate che partono ogni anno verso Mosca. Una cifra che quest’anno dev’essere semplicemente cancellata dal conto economico dell’azienda con sedi a Sorbara, Campogalliano e Rolo.
Ma al tempo stesso c’è la questione delle carni, pure questa importante nell’export alimentare modenese. Più che per i salumi, di cui a questo momento non si sa ancora se verranno compresi nell’elenco dei prodotti proibiti, il dossier delle carni fresche e affini è pressante per i modenesi.
Da un lato c’è un gigante come il Gruppo Cremonini che con la Marr ha anche stabilimenti in Russia per la produzione della materia prima per i McDonald’s: è evidente che lo stop finirà per costringere anche il re delle carni, se il blocco resterà immutato, a cercare alternative extraeuropee per l’approvvigionamento, visto che la Russia non è affatto autosufficiente nel settore.
«Non lo è neppure per le carni suine - osserva Paolo Ferrari, titolare dell’omonimo salumificio fondato dal padre Erio, oggi alla guida del Consorzio che raggruppa i produttori di zamponi e cotechini - ma la situazione in Russia era già diventata pesante da un paio d’anni a questa parte. È bastato un sospetto caso di peste suina per rallentare le importazioni dall’Italia dei sottoprodotti della lavorazione del maiale. Poi c’è stato il caso della lingua blu e qualche caso di afta epizootica, quanto basta per bloccare tutto quello che partiva a sud delle Alpi. Ai produttori russi interessavano lardelli, strutto, zampetti, che così sono rimasti in Italia, e hanno cercato altre strade. Da quando i russi avevano cominciato a prendere da Usa e Canada i prodotti più economici noi siamo stati eliminati come fornitori e competitori».
Quanto a insaccati e salumi il discorso è diverso, anche perchè il peso economico è differente. Se per i salumi il totale delle esportazioni verso Mosca e San Pietroburgo sfiorava i due milioni di euro, per le carni eravamo a oltre tre.
In particolare i prodotti modenesi come salumi e cotechini devono ancora decollare perché poco noti e diffusi. Chi li conosce li apprezza, ma si tratta di numeri piccoli, di quantità ordinate dai ristoranti riservati alla cerchia dei nuovi ricchi che non hanno problemi a spendere. E che ora ordineranno senza battere ciglio anche le specialità più costose: gli importatori in Lituania, esclusa dal blocco, possono comprare ciò che vogliono e rivenderlo ai russi. E se il prosciutto tipico modenese quindi aspetta di sapere se deve restar fuori, chi può tirare un sospiro di sollievo dovrebbe essere il nostro lambrusco; quello proveniente da Modena e Reggio totalizza 5-6 milioni di bottiglie verso la Russia.
Per il momento, la precisazione è d’obbligo viste le decisioni oscillanti in questa guerra commerciale, si salvano vino, alcolici e bevande, il cui export dall’Italia vale da solo 375 milioni di euro l'anno. «Oltre il 16% del valore delle esportazioni agroalimentari italiane è rappresentato da vini e spumanti che - sottolinea puntigliosamente la Coldiretti - dovrebbero essere al riparo dalla scure di Putin dopo che nel 2011 la società Gancia, casa storica per la produzione di spumante, è divenuta di proprietà per il 70% dell'oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vodka Russki Standard».
Saverio Cioce
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