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COLPO IN SAN VINCENZO

Furto del Guercino, polemica tra Fondazione e Curia sull'allarme non pagato

Furto del Guercino, polemica tra Fondazione e Curia sull'allarme non pagato

Il parroco Gherardi: «Smisero di pagare». Landi replica «Nessuno chiese aiuto» E il vescovo dall’ospedale lancia un appello: «Restituite un’opera che è di tutti»

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Il sistema d'allarme tenuto inattivo per i costi elevati è la cosa che ha fatto più clamore in occasione del furto della tela del Guercino in San Vincenzo. Nelle immediate ore successive la scoperta del furto la Curia attraverso le parole del Vicario Giacomo Morandi ha cercato di giustificarsi spiegando che in questi anni, con la crisi, alla quali va aggiunto il terremoto e i danni relativi le spese per la custodia dell'immenso patrimonio artistico ospitato nelle chiese diocesane, i costi da sostenere  sono cresciuti enormemente. In San Vincenzo fino a quando c'è stata la Fondazione l'allarme andava, poi la Fondazione non ha più pagato e la spesa è stata tagliata. Affermazione ribadite anche il giorno seguente dal parroco che la Fondazione non ha per nulla gradito. Attraverso il suo presidente Andrea Landi ha rigettato le accuse al mittente spiegando che "Nessuno ha mai chiesto alla Fondazione denaro per l'allarme" facendo intendere che se la richiesta fosse arrivata sicuramente sarebbe stata esaudita.

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Per un giorno è diventato il sacerdote più famoso d’Italia. Ma il diretto interessato, don Gianni Gherardi, 80 anni ben portati e parroco di S.Biagio, deve la sua notorietà al furto di uno dei capolavori della pittura italiana del Seicento.

Il giorno dopo il furto sacrilego è come sempre nella sua canonica, un’oasi di quiete a due passi dalla via Emilia. Si suona il campanello e si entra nel chiostro che ha conosciuto giorni migliori e che comunque conserva preziose testimonianze trecentesche, dai resti di un affresco con San Martino a un lato che sorregge con archi di stile gotico un lato dell’edificio. Di fronte a tanta imponenza, che testimonia l’operosa attività dei confratelli che si sono avvicendati nel soccorso alla popolazione, oggi resta la canonica solitaria, dove don Gianni è assediato dalle televisioni e dalle agenzie di stampa, dalle telefonate degli amici che gli esprimono la loro solidarietà.

Don Gianni Gherardi, il buco nero di un sistema d’allarme disattivato ha permesso il furto facile di un capolavoro. Com’è stato possibile?

«Quando la chiesa di San Vincenzo fu restaurata, nella metà degli anni ’90, fu dotata anche di un sistema d’allarme.

La cifra spesa allora dalla Fondazione Cassa di Risparmio, se non ricordo male, era di poco superiore al miliardo di lire. Per i primi anni la stessa Fondazione s’impegnò a pagare anche le spese di gestione e di manutenzione».

E poi cos’è successo? Perché nessun altro ha continuato a pagare le bollette e la telesorveglianza, se questo era il sistema di controllo?

«Che cosa vuole che le dica? Le necessità della parrocchia qui in S.Biagio sono tante e io come responsabile devo fare i conti con molteplici necessità spirituali e materiali per la gestione ordinaria. Qui non avanzano soldi, siamo a corto di fondi. Anzi, per dirla tutta, siamo indebitati».

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Altri restauri, ci pare di capire

«Sì, ma per la chiesa di S.Biagio, che è del Comune. Noi abbiamo contribuito alle spese per la parte di nostra competenza. Tutte spese che, per quanto molto inferiori a quelle dell’ente pubblico, comunque ci vincolano con degli impegni di spesa e delle scadenze a cui dobbiamo fare fronte. Queste le priorità da cui non è possibile derogare».

Non era proprio possibile lanciare una sottoscrizione, chiedere aiuto alla Curia o a qualcun altro? Qui per un risparmio di poche centinaia di euro abbiamo perso uno dei pezzi più importanti della pittura religiosa in Italia

«L’accordo fu siglato a suo tempo tra Curia e Fondazione, la parrocchia ebbe un ruolo marginale. Speravo che quest’ultima continuasse nella sua opera di mecenatismo dopo aver finanziato i restauri, l’installazione dell’antifurto e i primi anni della sua gestione. Anzi, nella sua generosità la Fondazione stampò a sue spese anche un monumentale volume che illustrava in centinaia di pagine e fotografie tutte le ricchezze dell’edificio, i suoi manufatti. Non mancavano neppure le singole schede sulle opere d’arte. Però sui dettagli della gestione dell’impianto so solo che dopo qualche tempo le erogazioni per tenerlo attivo cessarono».

Ma la Fondazione Cassa di Risparmio non ci sta a prendersi responsabilità che ritiene non sue. Il presidente Andrea Landi respinge perentoriamente al mittente anche la sola ipotesi di coinvolgimento dell’ente che presiede. «Nel finanziamento per il restauro della chiesa di S. Vincenzo - spiega - la Fondazione pagò anche il sistema d’allarme. Da allora non ci è giunta nessuna richiesta di fondi per il sistema di sorveglianza della cui gestione non siamo in alcun modo responsabili. S’impone una riflessione sulle opere d’arte custodite nei luoghi di culto. Se non sono adeguatamente sorvegliate è meglio che siano trasferite nei musei». Don Giacomo Morandi, vicario del vescovo Lanfranchi da alcune settimane ricoverato in ospedale, esprime lo “sconcerto” del presule per un furto “senza precedenti nè spiegazioni”. «Monsignor Lanfranchi - dice - si augura che gli autori del gesto sacrilego si pentano e restituiscano alla comunità dei fedeli un’immagine che è sacra e di preghiera. Per noi sta in questo la sua unicità, che nulla ha a che fare con il valore venale. Quanto all’efficacia e all’attivazione del sistema d’allarme non sono al corrente dei dettagli della gestione, dei pagamenti per la manutenzione. Credo in ogni caso che questo competesse alla parrocchia. Ma lasciatemi dire che mai e poi mai avremmo pensato che in un luogo della città così presidiato, di fianco al Tribunale, i ladri potessero agire indisturbati».

Saverio Cioce

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