Fecondazione, un calvario Il racconto di una mamma
«Esami, analisi, solitudine di fronte a ogni insuccesso. E poi dosi massicce di ormoni che ti cambiano il fisico e il carattere». «Eterologa, in Europa è legale»
«Si fa presto a riempirsi la bocca di parole parlando di fecondazione. Ma la ministra Lorenzin sa quante fatiche e quanto dolore c’è dietro a una scelta di quel tipo? Quante crisi, esaurimenti e vergogne ci sono dietro un passo del genere?»
Comincia così il dialogo con una coppia modenese, una di quelle che hanno la valigia in mano per andare a Brno o a Barcellona, dove le cliniche private mettono a disposizione personale che parla italiano e offrono il servizio chiavi in mano in cambio di un paio di migliaio di euro, salvo complicazioni. Marito e moglie sono indignati perché speravano, dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che anche lo Stato italiano rientrasse nella legalità del resto d’Europa ma prima la Lorenzin e poi Renzi hanno aperto uno scontro con gli scienziati, i ginecologi e i giuristi sostenendo che è necessario un decreto e che tocca al Parlamento legiferare.
In mezzo a questo vero e proprio conflitto di poteri, tra il premier che parla di vuoto normativo e il presidente della Corte Costituzionale che lo smentisce un secondo dopo, ci stanno le 11 mila coppie di italiani che aspettano di sapere cosa devono fare per poter avere un figlio senza emigrare. Tra loro anche quasi 500 modenesi, mariti e mogli, che si trovano a bussare a tutte le porte per avere una risposta.
Ecco il diario di una coppia che vive nella nostra provincia e che per sei anni ha provato le cure contro l’infertilità, seguendo alla lettera le norme sinora vigenti, con le relative restrizioni-capestro che le sentenze della suprema Corte hanno spazzato via.
«Abbiamo provato e riprovato per sei anni ad andare nei centri di fertilità, uno per provincia da quando sono obbligatori - inizia Antonella, un nome di fantasia - A Modena dopo la prima visita di routine ci proposero, quasi dieci anni fa, di entrare in lista d’attesa, diciotto mesi prima di cominciare. Li ringraziammo e andammo a Reggio dove i tempi furono più brevi di due terzi, solo sei mesi. Anche in quel caso visite con ecografia sul mio apparato interno per vedere se c’era qualche ostruzione per le ovaie o simili e controlli sul seme di mio marito. Da lì è cominciato un calvario lunghissimo, a cui si devono sottoporre tutte le donne che vogliono avere un bebè. In parole povere si tratta di favorire l’ambiente in cui l’ovulo fecondato può attecchire e questo avviene, per buona parte, con massicce dosi di estrogeni. I controlli nei giorni giusti vengono fatti con tempi ravvicinati sino a quando non arriva il fatidico giorno dell’inseminazione. Poi altri controlli per verificare se tutto è andato bene, se il seme e l’ovulo hanno iniziato il loro cammino».
Antonella si ferma un attimo, quasi temesse di essere fraintesa parlando con chi non ha dovuto affrontare quelle difficoltà. «Le varie medicine da prendere, a cominciare dagli estrogeni in quantità, hanno effetti collaterali che sono pesanti e che variano da donna a donna. Nausee, conseguenze sul ciclo mestruale, salti d’umore e depressione, mal di testa e soprattutto un ingrossamento a vista d’occhio favorito dalla ritenzione idrica. Cambia la pelle, appaiono delle cisti ... Ma si accetta tutto pur di non perdere la speranza di un bambino. Poi arriva il giorno del responso clinico: se è negativo crolli anche se stringi i denti, dici a te stessa di riprovarci, e sai a cosa ti dovrai sottoporre». «Quello che non viene mai valutato però - le si affianca premuroso il marito - è quello che capita all’uomo. Il compagno della donna è completamente impotente di fronte alla tragedia che vive la donna che ama. Che si può dire quando per l’ennesima volta dopo ospedali e porte chiuse, analisi cliniche, test e tutto il resto vedi che i suoi occhi si riempiono di lacrime? Ti sembra d’impazzire, l’abbracci e le dici che si andrà avanti, che le vorrai bene più di prima anche se il bimbo non è in viaggio. E poi dentro ti senti morire ma ti metti mille facce per non far pesare il tuo dolore a lei che ne ha abbastanza del suo».
«Lo capisco perché il dolore psicologico è più difficile da misurare - aggiunge Antonella - Anche per noi donne esiste e ha una valenza sociale, come di una vergogna da tener nascosta. Quante ne ho conosciute come me negli ambulatori che raccontavano di aver detto di una visita di controllo per non spiegare a tutti ciò che stavano attraversando, le cure da fare. E della fatica che facevano per tener nascosto tutto, nausee e vomiti e tutto il resto. In certi casi il compatimento finisce per essere l’ultima tortura, quella alla quale non resisti. A me è andata bene, ho capito quanto potevo resistere.
Ma adesso non ho più il tempo per aspettare, il mio orologio biologico mi dice che questa dev’essere l’ultima volta».
Quindi cosa faranno ora lei e il marito? Aspetteranno i tempi politici del rinvio o andranno in Toscana, dove il governatore ha detto che i suoi ospedali effettueranno le cure per l’eterologa anche se non c’è il rimborso del Servizio Sanitario? «Aspettiamo - dicono - solo altre due settimane, il tempo di capire se Toscana e Liguria partiranno sul serio con l’eterologa come hanno detto. Ma se si tratterà della solita commedia delle dichiarazioni noi abbiamo già pronti i nomi delle cliniche giuste all’estero».
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