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Samorì: «Vendute le azioni Bper ma non mi arrendo»

Samorì: «Vendute le azioni Bper ma non mi arrendo»

«Servivano capitali per investimenti fino a 305 milioni. Con queste regole non ci sono possibilità per le minoranze»

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«Ho venduto le azioni di Bper, oltre che di Mediobanca, perché servivano capitali per importanti investimenti ma questo non significa che io desista dalla battaglia per entrare nel Cda della banca e per migliorare questo istituto di credito».

L’avvocato Gianpiero Samorì spiega i motivi che stanno alla base della decisione di vendere gran parte delle azioni di Banca Popolare dell’Emilia Romagna controllate ma al tempo stesso chiarisce che si tratta di una scelta temporanea e l’idea di tentare la scalata al vertice non è accantonata definitivamente.

«Come società Modena Capitale avevamo necessità di risorse per importanti investimenti - dice Samorì - Servivano complessivamente, a regime, 305 milioni per tre operazioni, tutte impegnative: la prima negli Stati Uniti, dove in ottobre ci impegneremo in una fabbrica con un grande numero di punti vendita, la seconda in Italia e la terza fra Usa e Russia, anche se ovviamente in questo caso ora occorre prudenza per quello che sta accadendo in Russia. La scelta per reperire i capitali è caduta sulle azioni di Bper e di Mediobanca perché abbiamo valutato che la loro redditività fosse modesta al punto da giustificare la vendita. Ma restiamo soci e manteniamo, con l’associazione Bper Futura, il nostro ruolo di controllo, di critica e di stimolo per fare in modo che Banca Popolare dell’Emilia Romagna possa realmente progredire».

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«Vero è - continua l’avvocato - che con le regole attuali non esiste alcuna possibilità per le minoranze di avere un ruolo significativo nelle banche popolari come Bper. Al momento io attendo anche gli sviluppi giudiziari del nostro ricorso in appello riguardo la legittimità dei centri voto a distanza, il più vistoso fra i provvedimenti autoreferenziali che da anni caratterizzano la gestione di Bper. Il vertice della banca, minacciato dal consenso crescente della minoranza, decide di far votare a distanza chi gli pare, dove gli pare e senza partecipazione all’assemblea dei soci, falsando in questo modo i rapporti di forza al momento di rinnovare il consiglio di amministrazione. La sentenza di primo grado sulla nostra denuncia non ha senso ma va rispettata: faremo appello e se avremo ragione potremo riprendere a pieno ritmo la nostra battaglia contro l’autoreferenzialità».

«È dal 2011 - conclude Samorì - che si potevano concretizzare le condizioni per avere successo ma da allora neppure l’intervento della Bce ha determinato le condizioni per rendere più democratica la vita delle banche popolari. Non appena muteranno le regole saremo pronti a ripartire per la nostra battaglia».

Stefano Turcato

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