Il caso Stamina la pseudoscienza fatta di sentenze
La prima volta in cui ho preso posizione sul caso Stamina era l'inizio di settembre 2012. I tribunali di Venezia e di Catania avevano per la prima volta imposto la somministrazione della “pseudocura” a due piccole pazienti, disapplicando l'ordinanza con cui pochi mesi prima l'Aifa aveva vietato i trattamenti a Brescia, dopo una prima ispezione disposta dall'allora Ministro della Salute Balduzzi, per la potenziale pericolosità del preparato e per le irregolarità riscontrate.
Allora lo “pseudometodo” non aveva ancora conosciuto la straordinaria popolarità mediatica che lo avrebbe avvolto pochi mesi dopo, ma trovai molto strano che dei giudici del lavoro imponessero un trattamento non validato scientificamente (ricordo che non è stata fatta nessuna sperimentazione clinica, il metodo è segreto e non esistono pubblicazioni scientifiche) su cui erano in corso indagini della Procura di Torino (poi sfociate nella richiesta a giudizio per associazione a delinquere, truffa e somministrazione di medicinali imperfetti e pericolosi per la salute pubblica) e inibito dall'Aifa con un'iniziativa che non ha precedenti nell'intera storia dell'Agenzia Italiana del Farmaco
. Lo trovai strano e pericoloso per due motivi: sia per la salute dei pazienti coinvolti sia perché queste sentenze avrebbero creato il precedente per una serie di ricorsi che avrebbero inevitabilmente portato ad una situazione da Far West in cui si sarebbero scontrati i pazienti da un lato e le istituzioni dall'altro, chi a pretendere uno pseudotrattamento che di compassionevole non ha nulla e chi a mettere in guardia dai pericoli di un mercato illusorio della speranza. Da scienziato che da decenni lavora nel campo delle terapie avanzate con cellule staminali, credevo che la non scientificità e le gravi irregolarità rilevate dalla Procura di Torino con cui Stamina era riuscita ad introdursi in un ospedale pubblico fossero sufficienti per bloccare il trattamento senza possibilità di appello, come sarebbe avvenuto in qualsiasi altra parte del mondo. Evidentemente mi sbagliavo, se da allora le richieste di pronunciamento dei giudici sono state centinaia, con una sostanziale dicotomia di giudizio che trovo aberrante.
A parte qualche giudice che ha concesso la prosecuzione dello pseudotrattamento ma con cellule preparate nelle cell-factory autorizzate, quasi metà dei pronunciamenti è stata a favore, poco più di metà contro. Non sono un giurista e non riesco ad analizzare in dettaglio le motivazioni tecniche addotte dai giudici, ma alcune cose di buon senso le noto: le sentenze di diniego, come quella esemplare di Torino, rilevano un'analisi minuziosa e razionale anche dei dati scientifici, frutto probabilmente dell'intervento di consulenti scientifici di spessore. Le altre, almeno ad un lettore medio, sembrano molto più superficiali, basate solo su dichiarazioni di parte e spesso senza neppure entrare nel merito della sicurezza e dell'efficacia clinica ma concentrandosi solo su una questione di diritto e di uguaglianza. Senza contare le ultime paradossali sentenze, che hanno addirittura nominato il vice-presidente e la biologa di Stamina, per i quali è verosimilmente prossimo il rinvio a giudizio, come commissari ad acta con pieni poteri in un ospedale pubblico.
L'ultimo atto della vicenda, cioè il sequestro delle cellule e del materiale Stamina nel laboratorio di Brescia, si inserisce proprio in questo contesto, figlio anche della paradossale scelta dell'ex ministro Balduzzi, che nonostante fosse in possesso dei pareri assolutamente negativi della commissione che lui stesso aveva istituito, decise, con il suo decreto poi convertito in legge nel maggio del 2013, di “legalizzare” la prosecuzione dello pseudotrattamento Stamina, giustificando questa scelta come esito della pressione dell'opinione pubblica e dei media. Una resa incondizionata alla medicina mediatica che ha definitivamente aperto la porta alla medicina giudiziaria. M
* direttore del Centro
di Medicina Rigenerativa
“Stefano Ferrari”
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