Malpighi: «Le telecamere? Sono fumo negli occhi...»
Molto duro il commento del presidente di Confcommercio: «Sono utili ma serve di più: andiamo a controllare negozi etnici e centri massaggi»
Saranno arrivate anche le telecamere, ma Cofcommercio non si accontenta. E ha tutte le ragioni per farlo. Numeri alla mano.
Partita da una decina di giorni l’iniziativa legata alla sicurezza, l’associazione ha messo a disposizione di associati e non un indirizzo mail dedicato per segnalare situazione di degrado e allarme. In dieci giorni sono già duecento le segnalazioni, alcune delle quali anche di una certa gravità: «In tanti ormai - spiega Massimo Malpighi, presidente di Confcommercio Modena - sono arrivati con la forza della disperazione al punto di non ritorno. Non ne possono più di dover avere la scorta per uscire di sera con l’incasso dal negozio o di doversi chiudere dentro per stare tranquilli in negozio quando fuori c’è ancora la luce del sole. Ecco perchè se gridiamo al successo e al trionfo per qualche telecamera che doveva già essere lì da anni, finiamo anche per non capire ciò che effettivamente sta succedendo. Guardiamo sotto casa, camminiamo per il centro, facciamo un viaggio nelle nostre periferie e vedrete che di storie da raccontare ce ne sono tante».
Tipo?
«Alle porte di Modena, su via Emilia Est, abbiamo ancora un distributore abbandonato da anni che sta diventando lo specchio del degrado urbano di questi tempi: ci possiamo permettere, a pochi metri dal centro storico, di vedere tutti i giorni una simile scena condita da sporcizia, rifiuti abbandonati e, come se non bastasse, un giro di prostituzione incontrastato? Non penso proprio bastino le telecamere».
Cosa le dicono i suoi associati?
«Che hanno bisogno di sostengo per poter continuare a fare il loro lavoro. E mi chiedono di far capire alla politica e alla città che dove c’è commercio sano e buono c’è anche un naturale punto di controllo al servizio delle famiglie. I negozi sono sempre stati i primi avamposti della sicurezza della città. Prima c’erano, adesso chiudono, schiacciati da tutto e imbruttiti da palazzi vuoti e degradati, con scritte sui muri che segnano proprio il momento di difficoltà che si sta vivendo».
Oggi, invece, che cosa succede?
«Che ci sono pezzi di città in mano a chi si improvvisa o a chi bisognerebbe guardare con un po’ più di attenzione come ha fatto, in pochi giorni, ad aprire una attività».
Si spieghi meglio.
«Mi riferisco soprattutto a determinate categorie merceologiche. Penso ai negozi etnici, alle rivendite di ortofrutta che tengono aperto fino a tardi ma soprattutto vendono ogni tipo di categoria merceologica. Ma anche a centri massaggi che spuntano come funghi o ad alcune rivendite di fiori. Siamo sicuri di avere verificato davvero fino in fondo la validità di questi esercizi commerciali?».
Lei cosa dice?
«Io dico di no. Ci sarà andato qualcuno dopo pochi giorni, magari la polizia municipale per verificare l’attività, ma non c’è mai un’azione coordinata. Vigili, forze dell’ordine, Ausl dovrebbero agire in sinergie e laddove si registrano anomalie intervenire con continuità, non dare qualche giorno di chiusura e poi lasciar perdere per gli anni a venire. Le azioni di contrasto devono essere sistematiche e continuative, altrimenti è chiaro che si consegna la città al degrado. E la magistratura dovrebbe intervenire autonomamente».
Quali sono le zone che soffrono maggiormente stando alle vostre segnalazioni?
«Penso soprattutto al quartiere Musicisti o alla zona che si sviluppa attorno a via Medaglie d’Oro. Qui in passato erano riusciti a convivere con grande democrazia alloggi popolari e soluzioni più costose, disegnando un sistema di città integrato che è sempre stata la nostra fortuna. Adesso presìdi non ce ne sono più, la città è svuotata della sua anima».
I commercianti cosa chiedono?
«Di essere ascoltati e di trovare soluzioni condivise e di grande responsabilità che mettano in campo, però, un disegno per il bene collettivo e per il futuro della città che non può essere ancora schiava di scelte urbanistiche sbagliate e dell’incapacità di gestire. Dove si è riusciti a fare questo, la qualità della vita si è decisamente alzata. Dove i commercianti sono stati indicati come presidio del territorio, i negozianti hanno saputo resistere anche alla crisi. Si sono assunti le loro responsabilità, ma per farlo servono incentivi: non dobbiamo parlare solo di pancia, le telecamere sono questo, servono una visione di medio-lungo termine che vada ben oltre. Diciamo ai commercianti che sono importanti per la nostra città, poi però dimostriamoglielo. Non alziamogli le tasse, ma piuttosto troviamo una formula premiante, sconti e aliquote che possano dare respiro».
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