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Cavallari, il pittore salvato dall’arte nei lager tedeschi

di Michele Fuoco
Cavallari, il pittore salvato dall’arte nei lager tedeschi

Grazie ai ritratti fatti agli aguzzini gli fu risparmiata la vita Le sue opere donate al Museo al deportato di Carpi

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MODENA. È modenese a tutti gli effetti, anche se è nato a Bondeno (Ferrara). A Modena Alberto Cavallari è giunto nel 1960 e vi è rimasto “incollato” fino ad ora che ha 90 anni, per dedicarsi alla pittura.

Prima, gli studi all'Istituto “Dosso Dossi” di Ferrara, la prigionia nei lager tedeschi dal 1943 al 1945, la collaborazione per alcuni anni con il padre di E.T., Carlo Rambaldi, per realizzare pupazzi animati e fumetti. Seguono, dal 1972, le illustrazioni delle copertine di romanzi della collana “Galassia” della Casa editrice “La Tribuna” di Piacenza. Più di 50 le mostre personali e tantissime collettive. I premi? Una vera pioggia.

L'arte, forse, lo ha salvato dalle atrocità dei campi di concentramento tedeschi, durante la seconda guerra mondiale. Non era, certo, in gita di piacere, quando, non ancora ventenne, Alberto Cavallari si trovò a “soggiornare”, per due anni, nei lager di Neubranderburg, Uttingen, Trier, Crewtzwald, Sarreguemines, Limburg e Buchenwald. Qui la violenza dell'uomo sull'uomo era diventata una pratica quotidiana. Non c'erano sconti nemmeno per lui che era internato militare.

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Per fortuna, la vanità era in voga anche, e soprattutto, allora. Gli aguzzini amavano farsi ritrarre. Nulla di meglio che affidarsi al segno di un giovane talento che sapeva adoperare, con naturale abilità, la penna o la matita. Non c'era la possibilità di scegliere materiale che permette particolari effetti pittorici. Ma pennini da intingere nell'inchiostro e matite di fortuna costituivano già una sorta di “grazia di Dio” per Cavallari che poteva tracciare il viso di quei particolari personaggi, addetti alla sorveglianza. Anche la carta non era di prima mano. Bisognava ricorrere alla carta spessa con cui si confezionano i pacchi, altrettanto utile anche per registrare, in presa diretta, la disumana condizione degli “ospiti” dei lager, il terrore della distruttiva macchina della violenza messa in moto dalla spietata ed insana logica del nazismo. L'annullamento della personalità (le vittime erano soprattutto polacchi e russi) si manifestava in corpi scheletriti e il segno scarno, inquieto, sapeva ripercorrere quel processo di disumanizzazione e dare significato a quegli ormai irriconoscibili brandelli di carne (prigioniero fucilato sul filo spinato a Creutzwald; prigioniero impazzito a Sarreguimines, giovane polacco morto e prigioniero impiccato nel lager di Neubrandeburg...) di cui offrono un'autentica testimonianza i 56 fogli che, portati fortunamente in Italia dall'artista, si trovano ora al Museo Monumento al Deportato Politico e Razziale di Carpi. L'elaborazione a caldo di eventi vissuti diventerà, nel tempo, cifra stilistica del suo lavoro.

L'arte nasceva ancora da uno stato di necessità, quando Cavallari, tornato nella sua casa di campagna, fra le tante umili case del Delta del Po, si trovava a contatto, nell'immediato dopoguerra, con donne, uomini e bambini segnati dalla più triste miseria, dalla disperazione fisica e psichica. Era un nuovo inferno vissuto oltre i limiti del filo spinato. La narrazione non riuscirà mai ad uscire dal letargo della paura, anche quando Cavallari, in disegni e dipinti degli ultimi decenni, raffigurerà figure femminili spesso in ambienti che si offrono come guscio della loro terribile solitudine, di una condizione umana intimamente tormentata, di un'angoscia senza lacrime.

Un'opera, quindi, che assume il carattere di documento storico, sociale e umano di un'epoca e fa di Cavallari un artista “impegnato” che piaceva anche a Renato Guttuso che, nel 1972, volle dell'artista modenese un'opera per il Museo Civico di Bagheria.

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