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Alberto Cavallari

«La mia fuga con una ragazza»

«La mia fuga con una ragazza»

La giovane morì dopo quattro giorni. Lui venne “tradito” da un contadino

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Ha 90 anni, compiuti venerdì scorso, Alberto Cavallari che è vissuto da settembre 1943 alla fine della guerra nell'inferno dei lager tedeschi.

«Ero una recluta, con altri 100 ragazzi, a Bibbiano di Reggio Emilia, quando i tedeschi ci presero per portarci a Mantova, dove era pronta una tradotta per la Germania. Prima tappa - dice l'artista - al campo di concentramento di Neubrandeburg che “ospitava” soprattutto russi, polacchi e francesi. Un campo di smistamento per le miniere. A me toccò Uttingen, dove i prigionieri riparavano le ferrovie bombardate». Un trattamento quasi di favore, visto che Cavallari faceva ritratti alle guardie, ai loro familiari (qualche immagine anche di Hitler), grazie al materiale di fortuna (qualche matita rudimentale, un po' d'inchiostro, pezzi di fogli per imballare i pacchi) che gli stessi sorveglianti gli concedevano, assieme a pane e patate che l'artista distribuiva generosamente ai compagni di cella.

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Ma gli spostamenti erano continui, con tappe a Trier, a Creutzwald, non lontano dalla Lorraine (Francia) per lavorare in una miniera di carbone a oltre 700 metri di profondità. Da questo campo la fuga con una ragazza sedicenne francese che operava in cucina. «Quattro giorni di fuga e la ragazza morì. Dopo circa un mese, mangiando rape, patate crude e fredde, arrivai in Francia, prendendo la direzione Verdun-Nancy. In un campo - continua Cavallari - una signora che dava da mangiare ai maiali mi diede, dopo essermi presentato, del tè e del pane e disse che potevo andare a riposare in cantina e che si era in attesa degli americani. Intanto arrivò anche suo marito che, dopo un apparente cordiale colloquio con me, si allontanò per chiamare una guardia tedesca e farmi arrestare. Mi portarono a Buchenwald, dove non mi fu data più la possibilità di disegnare».

Ma l'artista aveva raccolto e messo in valigia, ben nascosti nella paglia, i disegni dell'orrenda vita nei lager che poi furono donati al Museo al Deportato di Carpi. «Quando seppero che stavano arrivando gli americani, gli aguzzini fucilarono soprattutto i russi. A me strapparono le unghie dei piedi. Non potevo camminare».

Necessarie le cure portate dagli alleati che Cavallari seguì per una settantina di chilometri per poi tornare indietro per recuperare, con l'aiuto di un amico, la valigia a Buchenwald, occupata dagli americani. Solo il 2 novembre, per ben curarsi le ferite dei piedi, l'artista potè raggiungere Bondeno (Mantova), suo paese natale. (m. f.)

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