Bonaccini e Richetti indagati per le “spese pazze” in Regione
Per loro e sei compagni di partito l’ipotesi di reato è il peculato su rimborsi e uso delle auto blu Il parlamentare si è ritirato dalle primarie per il dopo-Errani, il segretario invece prende tempo
Matteo Richetti indagato. Stefano Bonaccini pure. L’accusa è di peculato nell’ambito dell’inchiesta “Spese pazze” della Regione Emilia Romagna. Sul primo pesa l’utilizzo improprio di un’auto blu, sull’altro rimborsi da giustificare per alcune migliaia di euro. Sulla Regione Emilia Romagna che tra poco più di due mesi andrà alle urne, pesano come macigni.
Il segretario Matteo Renzi per ora tace - all’uscita dagli studi di Porta a Porta non ha voluto rispondere alle domande - ma non potrà fare finta di nulla. A parlare, invece, è Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme. Che dice: «Non è stato Renzi a chiedere a Richetti di non candidarsi - riferendosi all’uscita di scena di ieri, attorno alle 13, quando ancora la notizia dell’indagine non era nota - Mi auguro che Bonaccini possa dimostrare la sua innocenza, adesso valuterà lui cosa fare».
Quello che ieri ha vissuto il Pd è stato un ribaltone di proporzioni impossibili da prevedere. Che l’inchiesta bolognese stesse volgendo al termine si sapeva, ma nessuno pensava che avrebbe portato a questo stravolgimento politico: Richetti che si ritira, Bonaccini che prova a resistere.
Paradossalmente, ad essere indagate sono le primarie del centrosinistra e in particolare del gruppo Pd. Almeno otto consiglieri sono indagati - e ieri sera alla Festa dell’Unità di Modena, nel caos più totale, si facevano anche i nomi di altri modenesi - e tra questi quelli che fino a ieri erano i due principali sfidanti per raccogliere il testimone di Vasco Errani.
Con tempismo olimpico, nella giornata in cui si dovevano presentare le firme degli iscritti per la candidatura alle primarie che porteranno a scegliere il candidato presidente del Pd per l’Emilia Romagna, il primo a rompere gli indugi era stato Matteo Richetti. Si era fatto da parte, dicono quelli più vicini a Bonaccini dentro al Pd, non a causa dell’avanzare dell’inchiesta, ma in virtù di un accordo con Bonaccini: corre il segretario regionale e il parlamentare esce di scena per unire il partito ed evitare una campagna elettorale fratricida. Sarà, ma due ore dopo si faceva già molta fatica a crederci, e con la conferma in serata del coinvolgimento di Bonaccini che la politica fosse di fronte ad un “caso Emilia” era fin troppo chiaro.
Entrambi non hanno ricevuto avvisi di garanzia e dalla Procura di Bologna non arrivano commenti né conferme. In Emilia-Romagna non è infatti ancora stata chiusa la maxi-inchiesta delegata alla Gdf e avviata due autunni or sono, in concomitanza con altre indagini simili in altre regioni, dove si stanno già celebrando i processi. L'impressione è che per definire le ultime posizioni dei consiglieri regionali emiliano-romagnoli manchi ancora un mese. A quel punto le primarie del 28 settembre saranno ormai un ricordo.
Per scoprire di essere indagati sia Bonaccini, segretario regionale Pd autosospeso e responsabile nazionale enti locali nella segreteria Renzi, sia il deputato ed ex presidente del consiglio regionale Richetti hanno così dovuto mandare in Procura i propri avvocati a fare istanza ex 335 del Codice di procedura penale, il modo per sapere se ci sono procedimenti pendenti a proprio carico. Risposta positiva e Pd che cola a picco cercando un appiglio per poter almeno galleggiare.
Il difensore di Richetti, Gino Bottiglioni, ha precisato che la scelta di ritirarsi dalla corsa nell'ultimo giorno utile per presentare le firme per le candidature Pd «non è legata alla vicenda giudiziaria che lo coinvolge».
«Ho appreso da poco - ha detto in serata il legale di Bonaccini, avvocato Vittorio Manes - che la Procura di Bologna sta svolgendo indagini anche sul mio assistito, così come su altri. E ci siamo subito messi a disposizione per chiarire ogni eventuale addebito». Quindi, ad oggi, resta al suo posto.
A Montecitorio, tra i parlamentari del Pd, c'è chi parla di iniziativa della magistratura «ad orologeria». Ora il caso diventa chiaramente nazionale e sarà molto probabilmente all'ordine del giorno della direzione di domani, oscurando quindi la partita segreteria.
In ogni caso, inevitabilmente, dentro il Partito Democratico si è già cominciato a lavorare ad un piano B. I nomi che tornano in ballo sono gli stessi che inizialmente erano usciti all'inizio del dibattito sulle primarie: il sindaco di Imola Daniele Manca, oppure il ritorno in terra emiliano-romagnola di uomini del governo Renzi, Graziano Delrio o Giuliano Poletti.
Se Renzi, domenica scorsa a Bologna, aveva parlato di «casino», definendo così le molteplici candidature per le primarie, ora dovrà certamente trovare altre parole per provare a “saltarci fuori”.
@dvdberti
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