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Il censore dell’auto blu tradito... dall’auto blu

Il censore dell’auto blu tradito... dall’auto blu

Prima della notizia del coinvolgimento nell’indagine aveva scritto ai fedelissimi: «Davanti a certe cose ci si ferma». Il legale: «Il ritiro non dipende dall’inchiesta»

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Era stato il primo presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna ad abolire le auto blu fissa a disposizione 24 ore su 24 e da un’auto blu è stato tradito, trovandosi indagato dopo un esposto presentato ormai tre anni fa dai grillini Giovanni Favia, oggi fuori dal movimento, e Andrea Defranceschi.

Così, Matteo Richetti, in una lunga e tormentata giornata per la politica dell’Emilia Romagna, a poche ore dalla consegna delle firme per presentare la propria candidatura come governatore della regione alle primarie Pd del 28 settembre, decide di farsi da parte. Nell’immediato le motivazioni erano inspiegabili e nessuno sapeva nulla.

Poi, a metà pomeriggio, da Bologna una notizia: Matteo Richetti risulta iscritto nel registro degli indagati per l'ipotesi di accusa di peculato nell'ambito dell'inchiesta sulle “spese pazze” del consiglio regionale, inchiesta che è alle battute finali e che probabilmente sarà chiusa entro il mese di ottobre.

«Il ritiro e l’accusa di peculato non sono legate», dichiara l’avvocato di Richetti, Gino Bottiglioni. Facile a dirsi, difficile da credere vista la tempistica e il rapporto “causa-effetto”.

Dell’inchiesta e del suo svolgimento si sapeva da tempo, che avrebbe portato a questo era difficile immaginarlo.

Un fulmine a ciel sereno, quindi, che si scaglia tra Modena e Bologna attorno all’ora di pranzo con ben altre premesse. Impazzano gli sms: «Richetti si ritira». Qualcuno pensa ad uno scherzo, come la maggior parte di quelli che fino a ieri sera avevano raccolto con lui le firme per la candidatura. Poi il suo messaggio nella chat dei comitati che lo sostengono: «Ragazzi tutti, mandare questo messaggio mi costa un fegato nuovo. Anzi, credo ci costa un fegato nuovo». Comincia così, e prosegue: «Tra ieri sera e stamattina - spiega Richetti - ho dovuto prendere una decisione. Di quelle che non ci dormi. Mi fermo qui. Ci sono cose di fronte alle quali ci si ferma. Se c'è una cosa che ci unisce è che per noi la politica è un pezzo fondamentale della nostra vita. Ma non è la vita. Io continuo e continuerò a usare il noi, ma questa volta vi devo chiedere di rispettare una scelta che è personale. Immaginando il vostro dissenso. Facciamo ricorso a tutta la nostra amicizia, se riusciamo. Non ho parole a sufficienza per pronunciare le mie scuse, ad ognuno di voi, al vostro impegno, alla vostra passione. Vorrei farlo di persona con ognuno di voi, guardandovi negli occhi. Un abbraccio forte, a tutti. Matteo Richetti».

Telefono muto, nessuno risponde, poi un post su Facebook: «L'unità è un valore che non va solo dichiarato, ma anche praticato. Per me, in politica, è un valore importante, così come lo è trovare un punto di sintesi, di lavoro insieme. Per questo non metterò in campo la mia candidatura. Decisione sofferta e meditata, ma credo sia nell'interesse dell'Emilia Romagna e del Pd. Ora non è il momento delle divisioni, il nostro Paese e la nostra regione non possono permetterselo. Nel tempo in cui stiamo portando avanti riforme importanti per l'Italia accolgo l'invito, arrivato da più parti, all'unità. Lo faccio perché non basta prendere applausi scroscianti dal nostro popolo, dai democratici, quando si fanno appelli alla coesione. Bisogna saperla realizzare». (d.b.)

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