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Il mito di Achille riletto da Baricco seduce Piazza Grande

di Felicia Buonomo
Il mito di Achille riletto da Baricco seduce Piazza Grande

Dall’Iliade ai personaggi omerici sino alle vicende di oggi lo scrittore esplora le ambizioni che fanno parte della vita

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Che fosse l'ospite più atteso lo si poteva intuire, ma vedere piazza Grande così gremita è sempre un piacere per la vista, anche per l'anima se si pensa che ad affollarla è il desiderio di conoscere, il desiderio di filosofia.

Ieri sera, alle 21, lo scrittore Alessandro Baricco è salito sul palco allestito in piazza per tenere la sua lezione magistrale davanti ad una platea variegata: tanti giovani, molti, in attesa di quell'autografo che porteranno come ricordo indelebile, ma anche un pubblico più “attempato”, più maturo, che conosce bene Baricco e i suoi testi, ma desiderava anche riscoprire l'Iliade attraverso gli “occhi” dello scrittore.

Grazie al Rotary (che ha consentito di avere Baricco ospite di questa quattordicesima edizione del Festivalfilosofia dedicato alla gloria), ci si è addentrati ne “La fama di Achille” (questo infatti il titolo della sua lezione).

«Nella prima riga dell'Iliade – ha detto lo scrittore – trovate il nome di Achille. E lo si capisce quando ci si chiede come mai non sia stata chiamata Achielleide.

Apparentemente è una storia di guerra, ma in realtà racconta la storia di un personaggio, Achille, associato immediatamente al terrore, di cui tutti hanno paura, un personaggio di difficile definizione, a volte anche chiamato pazzo.

L'Iliade è fantastica da leggere perché hanno fondato in quella narrazione dei sistemi, delle unità narrative che non hanno mai smesso di funzionare, lì dentro ci trovate tutto, dal film western, al drammatico».

Per Baricco gli eroi dell'Iliade hanno bisogno di gloria, è una necessità imprescindibile «perché per loro – dice – è l'unica opportunità per dare un senso alla vita, la gloria in battaglia era l'unità possibilità che avevano. Noi oggi non siamo più così, abbiamo fatto molta strada. Di quella gloria tipicamente guerriera fortunatamente è rimasto poco. Non abbiamo accantonato la guerra, ma ha perso quella sua centralità. Ma rimane la gloria di quello che siamo stati, che è anche un monito costante per tutti. Noi veniamo da lì e ci ricorda che ci vuole poco a diventare dei popoli guerrieri».

E parlando con lo scrittore si scopre – con piacere – l'attestato di stima che egli conserva per manifestazioni come il Festivalfilosofia.

«Il tema di quest'anno è bellissimo – dice senza resistenze – e la partecipazione è alta. Probabilmente molta della gente che vi partecipa non si interesserà più a questo tema, ma sono comunque dei focus, portano energia, sono uno dei modi in cui formiamo il paese, forse il più dinamico, il più efficace».

Baricco peraltro si è laureato in filosofia negli anni Ottanta.

«Da giovane – confessa – pensavo di dover fare il filosofo, di fare ricerca in università. Poi, finita l'università, mi sono reso conto che non c'erano posti, ma anche che c'era gente più brava di me.

La filosofia è una disciplina in cui bisogna avere una capacità di memoria, di concentrazione, un'intelligenza pura che io avevo meno di altri. E così ho preso altre strade».

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