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Il “selfie” debole monumento al desiderio di protagonismo

di Chiara Bazzani
Il “selfie” debole monumento al desiderio di protagonismo

Vanni Codeluppi tiene a Sassuolo una delle lezioni più attuali di quest’edizione «Va di moda ma è debole e si brucia in fretta sommerso da altri messaggi»

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La gloria, tema che fa da sfondo al programma del Festival Filosofia di quest'anno viene letta e interpretata nella sua dimensione personale di autocelebrazione rappresentata dalla moda de “selfie”.

Vanni Codeluppi, professore di Sociologia dei processi culturali presso lo IULM di Milano, terrà oggi la lectio magistralis dal titolo “Selfie. Un monumento per tutti”, in piazza Garibaldi a Sassuolo, dalle ore 18. Codeluppi si è occupato di sociologia dei consumi e delle forme d’identità nell’epoca del capitalismo biopolitico e dei social media. Tra i suoi libri recenti: La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società (Torino 2007); L’era dello schermo. Convivere con l’invadenza mediatica (Milano 2013).

Prof. Codeluppi i “selfie” sono una moda contemporanea o si può considerare un percorso storico?

«C'è una relazione fra le tecnologie che oggi si utilizzano per comunicare con le strategie che nella storia abbiamo sempre avuto in merito a questo tipo di valorizzazione della personalità. Nella storia riguardavano soprattutto le èlite sociali, per esempio il monumento che si usava per i personaggi importanti, per conferire immortalità alla persona. Con la nascita della fotografia nell'800, progressivamente, questo è diventato un fenomeno di massa. Rispetto al monumento queste immagini che sono i “selfie” sono visivamente meno efficaci perché tendono a perdersi in una grande quantità di immagini che il singolo utente produce. Noi sappiamo, per esempio, che in un anno l'utente di facebook cambia mediamente 18 volte solo la sua immagine del profilo, e in generale ci sono milioni di immagini che ogni giorno vengono messe in rete».

Sembra quasi un paradosso, mentre si tenta di emergere attraverso la dichiarazione pubblica di ogni aspetto della nostra vita, poi accade che invece questo momento si perde o forse viene banalizzato. «Più che banalizzato risulta un messaggio debole, che si brucia rapidamente e viene sommerso da altri messaggi. Alla fine si crea un monumento effimero. C'è un problema di deperibilità e di memoria in rete, ma soprattutto c'è un problema di entropia comunicativa, di immagini che si sovrappongono e si cancellano reciprocamente con un'elevata deperibilità della singola immagine che viene prodotta. C'è un tasso di usura e di invecchiamento molto rapido delle immagini, e alla fine, quell'obiettivo di creare un monumento personale, in qualche modo è un obiettivo difficile da raggiungere».

Si può parlare di un bisogno nuovo di protagonismo nell'uomo contemporaneo?

«Penso sia legato al momento in cui la fotografia è diventata un mezzo di massa. Ci sono purtroppo poche ricerche sull'uso di massa della fotografia, ma le persone hanno sempre fatto foto non molto diverse da quelle che oggi vediamo in rete. La tecnologia ha sicuramente amplificato questi comportamenti perché ha reso molto più facile tutto questo, ma non è diverso concettualmente da prima. Non è che ora siamo più narcisisti, lo siamo sicuramente, ma non è colpa del “selfie” o della rete. Il fatto è che la società oggi è fortemente individualistica e frammentata, ciascuno è solo e ha bisogno di affermarsi e usa le tecnologie per darsi un valore e costruirsi un'identità».

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