Gazzetta di Modena

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Il bello del Festival Filosofia? Riesce a coinvolgere tutti

di Arianna De Micheli
Il bello del Festival Filosofia? Riesce a coinvolgere tutti

Dall’impiegato Maserati ai bambini, dal docente agli studenti fino alle casalinghe La manifestazione ha un megnetismo unico al quale non si riesce a resistere

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Antonio, nome di fantasia ma scampoli biografici reali, è un insegnante di matematica in pensione. Da quattordici anni non si perde una lectio magistralis e lamenta la sua incapacità, peraltro non solo sua, di essere ubiquo. Carpi e Sassuolo restano infatti per lui luoghi di pensiero troppo lontani. Modena, Piazza XX Settembre, dieci del mattino di un sabato perfetto. Cielo limpido, aria ancora fresca, un'agenda satolla di impegni. «Sono un discepolo della prima ora. Seguo il festival sin dai suoi esordi - conferma Antonio accarezzando in modo distratto un malridotto quadernetto custodito in grembo come un cimelio - Tre chilometri a piedi al mattino, tre alla sera. Sa…ho smesso di guidare da diverso tempo. Ma ne vale la pena». Al primo sussulto dal palco il tenace insegnate apre il consunto brogliaccio. Di ogni lezione annota con puntiglioso rigore nome del relatore e "qualifica" - Fabio Mini, Generale - nonché il titolo dell'intervento e tre parole, a suo giudizio vocaboli chiave per una cristallina comprensione. Quando gli chiediamo come si sentirà questa sera durante la passeggiata verso casa, lui senza esitare risponde: «Molto felice. E domani mi sentirò ancora meglio perché avrò avuto una notte intera per interrogare la mia anima». Poi, in stampatello, sulla pagina scolorita scrive "ineluttabilità". Se è vero che, come sosteneva il compianto professore Concetto Tinè (certo lo ricorderà chi negli anni Ottanta studiava al San Carlo) la filosofia «è quella cosa con la quale o senza la quale si rimane tale e quale» - seppur, osiamo aggiungere noi, con una maggiore consapevolezza del proprio io- allora il pubblico del festival di fine estate forse non esiste. O, per dirla in modo meno sibillino, parlare di target, termine di per sé acidulo perché funzionale alla fredda pianificazione di un successo che si limita a contare le presenze, rischia di diventare un'operazione piuttosto sterile. In quale altra occasione vi capita infatti di trovare una coppia di turisti svizzeri che, memori di una lezione da urlo tenuta all'Ateneo di Lugano dalla professoressa Francesca Rigotti, nell'attesa di approdare a Sassuolo per ripetere l'esperienza scambia convenevoli con un giovane impiegato della Maserati sulla necessità di un ritorno ad una filosofia dell'essere che escluda il non essere o il divenire? Forse si stanno preparando per la lectio dell'emerito Emanuele Severino. Quando mai succede di inciampare a qualche isolato di distanza nel cervello precoce di un ragazzino che nella disputa del 1689 tra l'olandese Christian Huygens e l'inglese Isaac Newton identifica la sua favola della buona notte preferita? Osservarlo nell'atrio dei "laboratori per tutti" allestiti da Unimore alla Biblioteca Delfini mentre tiene gloriosamente testa ad un gruppo di liceali di Isernia equivale ad essere rapiti dagli alieni. «Credi sia una buona idea provare le metamorfosi gloriose? - domanda un Lui trentenne ad un'aristocraticacoetanea o poco meno che di primo acchito potrebbe vantare parentele con Pico della Mirandola - Calzagatti fritti, fritto misto alla modenese…mmmh…troppo fritto? Dici che il mio fegato protesta? Allora ti propongo una pantagruelica porzione di gloria volatile. Maccheroni al pettine con ragù di anatra e piccione in casseruola». Siamo nei giardini dei Musei del Duomo, angolo invisibile durante il resto dell'anno. A Lui "Reverse crucifixion", quella strana opera di Andrea Riccò faticosissima da pronunciare, ha stimolato un appetito smisurato. E non sembra che la cosa lo imbarazzi. «Non credo che il cibo sia un aspetto qualificante di questo festival. Né di altri - gela Lei gli entusiasmi di Lui - Ogni volta che ho provato un menù filosofico ho avuto l'impressione di un atto dovuto». «Un atto dovuto?». «Sì, come se i ristoratori aderissero all'iniziativa più che per reale convinzione per il timore di essere diversi. Oppure uguali a sé stessi e dunque additati come pecore nere. Per mangiare bene a Modena non bisogna certo aspettare il festival della filosofia». «Se lo dici tu. Stria, gnocco al forno, prosciutto e parmigiano in enoteca?». Lei lo guarda in tralice quasi volesse fulminarlo. Poi un sorriso magnifico la veste di luminosa gloria. «Solo se mi prometti che, oltre a regalarmi una rosa, ruberai per me in Piazza Martiri un autografo ad Alessandro Bergonzoni». Quando la filosofia non conosce confini.

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