Origgi: «La reputazione? Quasi un secondo Io»
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«Siamo tutti dipendenti e vittime della reputazione». Nessun giro di parola da parte di Gloria Origgi, che ieri pomeriggio, a Sassuolo, ha tenuto la sua lezione magistrale proprio dal titolo “Reputazione”. Perché a pensarci bene la reputazione è oggi diventata un business – ricorda la filosofa, che analizza il fenomeno dal punto di vista epistemiologico, anche alla luce della trasformazione definita dall'enorme quantità di informazioni di cui siamo inondati – si pensi solo alla reputazione online, di cui molte società ne hanno fatto una mission imprenditoriale. «Curiamo la nostra reputazione – spiega la Origgi – come curiamo il nostro corpo. E questo ci rende fragili. Quello che cerco di capire è proprio questa logica, questo secondo io, che coincide con quello che gli altri vogliono di noi e questa interazione sociale che ci rende sovraesposti. C'è una distanza tra l'io sociale e l'io personale, che ha attraversato la letteratura e il cinema, ed è un importante strumento sociale epistemologico e che ritroviamo nei nuovi strumenti mediatici. Pensiamo solo a twitter o alla web reputation». L'Origgi ha utilizzato una serie di esempi per esporre la sua tesi sulla reputazione che ci rende fragili vittime. Tra questi quello narrato dal libro “L'avversario” di Emmanuel Carrère, dove il protagonista, pur di non confessare di non essere medico, preferisce sterminare la propria famiglia. Una vittima della reputazione. E ancora, la Origgi ha parlato di Gatsby, un personaggio che ruota intorno al concetto di reputazione continuamente, un personaggio «che vuole imporre la visione di chi è lui sul mondo – dice la filosofa – ma perde. Lui vuole che il mondo gli riconosca il suo io sociale, non vuole farselo cucire addosso. Perché la reputazione non è quello che gli altri credono di noi, ma quello che noi pensiamo gli altri credano di noi. Siamo vittime di come ci vediamo visti. La reputazione è la parte di noi che più curiamo, che più ci rende vulnerabili. Il controllo di questo io sociale è affidato a ciò che vive nella testa degli altri e che spesso sfugge al nostro controllo».
Felicia Buonomo
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