Severino: La gloria altro non è che la ricerca di eternità
Applaudita lezione per il professore che ha declinato la parola chiave del festival giungendo alla conclusione che deriva in buona parte dal desiderio di perdurare
La gloria siamo noi, e al contempo ciò che è più grande di noi. La gloria ha qualcosa a che fare con la morte, col destino e con l'eternità che comprende entrambe le cose. Severino, dopo i ringraziamenti di Stefania Cargioli, presidente del Consiglio Direttivo del Festivalfilosofia, parte dall'equazione gloria uguale perdurare. La gloria è volontà di sopravvivenza, è perdurare nella visibilità: qualsiasi tentativo di risolvere un problema significa cercare di sopravviverne. Prendere, in senso lato, il più possibile le distanze dalla morte. Questo l'assioma di base che ha mosso tutta la lezione magistrale del filosofo, autore di un volume intitolato "La gloria", edito nel 2001. Procede per metafore e citazioni bibliche. Innanzitutto, la gloria come il tetto di una casa che poggia su fondamenta solide e "incontrovertibili". Proprio come il destino: «un sapere incontrovertibile che né uomini né dei possono alterare», afferma. Accennando alla teoria della relatività, Severino azzarda la tesi scandalosa del «ogni istante è eterno, e dunque glorioso in quanto perdurante». Il cambiamento, allora, l'evolvere e il variare di tutto ciò che è soggetto a necessità, uomini compresi, non si presenta come altro che una forma di sopravvivenza del destino che proprio attraverso il variare continua a manifestarsi, gloriosamente. «Se ogni essente è glorioso, dunque - procede Severino - mi si potrà obiettare che anche il dolore del mondo, anche Auschwitz è glorioso». Qui le due citazioni bibliche, dal Vangelo di Luca all'Apocalisse di Giovanni. A proposito del primo testo, il filosofo si focalizza in particolare su una frase: «Non fu dunque opportuno che Cristo patisse queste cose e così entrasse nella sua gloria?». Il patimento di Cristo, dunque, in quanto ricordo vivido, in carne e ossa, del motivo del suo essere, rimane e perdura anche alla destra del padre. Ancora, glorioso. La seconda citazione recita così: «diverranno nulla il vecchio cielo e la vecchia terra, si annienteranno». Ancora una volta un testo biblico, questa volta per constatare la necessità di una grazia divina per rimanere eterni, e dunque essere gloriosi. «Tuttavia - afferma - la contemporaneità e il pensiero che la ha partorita hanno allontanato la possibilità metafisica di trascendere l'esperienza, e questa accezione di gloria deve fare i conti con questo ostacolo". Tuttavia è nel concetto di "apparire» che Severino inchioda la gloria: «parliamo ancora di epoche remotissime rispetto a noi, e queste sono allora a noi vicinissime». Appaiono nelle nostre parole come noi appariamo nella storia, in un apparire che "non è nulla ma è essente". Dunque, «noi siamo l'eterno apparire del sopraggiungere degli eterni»: una sorta di fenomenologia del destino, in cui tutte le immagini, noi compresi, in cui questo necessario appare è glorioso, in quanto parte integrante del perdurare. «Tutto ciò che sopraggiunge spinge oltre, verso una sopravvivenza»: eccoci ancora all'accezione iniziale di gloria. Paraddosalmente, «siamo destinati alla gloria perché siamo destinati all'eterno sorpassare, noi come la gioia, il dolore o l'agonia», afferma Severino, che conclude con un'altra metafora, quella dei cacciatori. «I cacciatori che bramano di uccidere gli uccelli vedono il loro volo come qualcosa di cui impossessarsi, qualcosa da dominare e da vincere, dimenticandosi del cielo che si staglia dietro il loro obiettivo e che sopravviverà allo sparo, afferma. «Questa volontà di dominio, presente in cose nobili come in quelle ignobili, presuppone la dimenticanza del destino: la regalità che ci destina alla gloria infinita è la negazione radicale della volontà di potenza, del nostro dimenticare di essere un eterno apparire», conclude. Quasi un tributo a Leopardi.
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