Gazzetta di Modena

Modena

la crisi a modena

La povertà è inarrestabile Bambini le prime vittime

di Saverio Cioce

I casi di bisogno assoluto sotto i dieci anni sono passati da 2 mila a 10 mila Triplicate dal 2004 le famiglie che devono vivere con mille euro al mese

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Il terremoto della povertà continua a colpire duramente la nostra provincia. Scossa dopo scossa è un sisma continuo che sgretola certezze e finisce per mettere in discussione anche la stessa esistenza di ogni giorno, lasciando sotto le tende del bisogno quotidiano i bambini in proporzioni impressionanti.

Le cifre raccolte dall’economista modenese Paolo Silvestri e dai suoi collaboratori riempiono di numeri una realtà che rimane sfocata sullo sfondo dei discorsi generali della crisi che ha sfibrato la convivenza civile oltre che il tessuto dell’economia.

Due cifre spiccano sopra le altre e domostrano l’ampiezza di una faglia che sprofonda sempre di più in una serie di reazioni a catena. La prima è quella sul numero degli adulti diventati poveri, oggettivamente poveri: si è passati dalle 21 mila alle 59 mila persone che fanno fatica a pagare le bollette, l’affitto, mettendo insieme il pranzo con la cena.

In quella che un tempo fu la Modena “sazia e disperata”, per usare l’espressione di un moralista, ora la denutrizione se non la fame è diventata la compagna quotidiana di quanti hanno una pensione sociale e basta. O sono genitori separati, e magari con un figlio o con un genitore a carico.

I primi a rimetterci, come sempre, sono i bambini. La ricerca impietosamente mette anche qui delle cifre, e lo fa molto bene. Se per gli adulti il tasso di povertà dal 2002 al 2011 è passato dal 3,3% all’8,2%, di fatto triplicato, per i bambini è quintuplicato, passando da quasi 2 mila a 10 mila su base provinciale. Quindi non solo un pasto a base di proteine animali, come vengono definiti asetticamente carne, uova e latticini nelle statistiche, diventano sempre più rari tra i bambini sotto i dieci anni, dall’altro l’area dell’esclusione diventa sempre più alta. Non c’è solo la difficoltà di mangiare formaggio o polpette almeno una volta ogni due giorni, ma anche la marea dei bisogni più piccoli diventa sempre più incombente. Si moltiplicano enormemente i casi di bambini ritirati dalle mense scolastiche per i pasti assieme alla rinuncia a partecipare alle feste di classe, alla gita da sette euro con merenda al sacco. Costa troppo, sempre troppo, quando in famiglia entrano a fine mese, a fatica, di mille euro e c’è un affitto e le spese condominiali da pagare se si vuole continuare ad avere l’acqua dal rubinetto e il gas per la cucina.

«Quando si parla di povertà bisogna distinguere tra quella assoluta e quella relativa - sintetizza Silvestri - Ci sono piccoli aggiustamenti tra i vari territori e i parametri presi in esame. Ma se mettiamo insieme i dati del reddito monetario netto per avere cifre omogenee, definiamo povertà relativa quella di un nucleo familiare con due genitori e un figlio a carico che guadagna 1600 euro al mese e che ha la casa in affitto. Povertà assoluta invece è quella dello stesso nucleo in cui entrano 890 euro».

E chi vive solo? Neppure la parola single riesce a camuffare il bisogno assoluto di chi deve sopravvivere con 20 euro a giorno dovendosi pagare tutto, avendo un posto riparato dove dormire di notte e un pasto caldo al giorno.

Il tonfo nella caduta dei redditi è stato tremendo, la velocità del crollo maggiore che nel resto d’Italia. «È vero - conferma Silvestri - ed è comprensibile questo impoverimento a ritmi sempre più rapidi. L’economia modenese è molto basata sull’export e con la crisi mondiale a partire della fine del 2007 le nostre vendite all’estero sono calate di molto. A questo si è aggiunta la crisi dei consumi interni». Così dal pieno impiego al doppio lavoro, passando per l’occupazione a tempo pieno di uomini e donne, si è passati a un solo reddito smozzicato: cassa integrazione a zero ore, lavori part time, irregolari, pagati con un paio di banconote al giorno.

E i lavoretti comela cura dei bambini? Spariti. Chi resta a casa si arrangia come può, fa da sè ma non fa più per tre.

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