Chiude in silenzio il museo degli sprechi
Officina Emilia, in piena periferia, è durata 8 anni. È costata quasi un milione di solo affitto, un milione di spese di gestione
La lettera del Rettorato che annunciava la fine del progetto era arrivata in giugno. Così nei giorni scorsi 290 scatoloni imballati di materiale del museo-laboratorio sono stati trasferiti in due magazzini dell'Ateneo. Finisce così in sordina Officina Emilia, un progetto di museo-laboratorio dell'Università iniziato nel novembre 2006 ed entrato a regime nel 2009. Otto anni in tutto, dunque, dei quali cinque operativi a tutti gli effetti.
Il motivo della chiusura è legato al canone di affitto della sede, un capannone della Bellentani che si trova in via Tito Livio, una laterale di via Emilia Ovest poco nota e certo non facile da raggiungere. Da parte dell'Università era stato fatto un tentativo per abbassare il canone di affitto, come si legge in una nota ufficiale, ma la proprietà non ha accettato e quindi è partita la disdetta.
Quel capannone è costato all'Università 115mila euro all'anno di solo affitto. Una somma importante data la posizione: è il prezzo di uno spazio commerciale in pieno centro a Modena. In sostanza, in otto anni sono stati spesi 920mila euro di affitto per i muri di un museo-laboratorio. Un museo aperto 2899 giorni, come si legge sul sito di Officinaemilia.it. Equivalenti dunque a 317 euro al giorno per un luogo visitato da sempre meno scolaresche elementari e medie.
Inizialmente, Officina Emilia ha goduto di contributi della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, che ha creduto nel progetto. Col tempo l'importante aiuto economico è venuto a mancare e l'Università si è accollata l'intera spesa dell'affitto. Una volta chiarito che non c'erano margini per evitare il trasloco, l'Ateneo ha chiesto al Comune di poter utilizzare le Ex Poste di via Niccolò dell'Abate, accanto alla stazione, ma la riposta è stata: ora no, si vedrà... Per questo tutto il materiale esposto - che comprende ingombranti macchinari e utensili metalmeccanici - è stato stipato nei magazzini.
La fine di questo progetto è arrivata in sordina, come detto; al contrario, l'inizio era stato promosso a gran voce non solo dall'Università - ne era un alfiere entusiasta l'allora rettore Gian Carlo Pellacani - ma anche dalla Camera di Commercio e dal Comune. Si trattava infatti di una soluzione alternativa al fallito progetto museale dell'Università presso le ex Fonderie: un progetto che prevedeva un museo laboratorio interdisciplinare (Officine Emilia è stata curata dalla professoressa Margherita Russo della Facoltà di Economia con altri docenti della “Biagi”: Elena Bassoli, Tommaso Fabbri, Francesco Guerra e Alberto Rinaldi; mentre all'epoca delle ex Fonderie erano previsti anche spazi per Fisica, Matematica e Scienze). Fin dal trasferimento nella periferica via Tito Livio, era infatti previsto un museo-laboratorio didattico che fosse tattile per mostrare le vecchie attrezzature usate per un settore di eccellenza modenese come la meccanica: lo spirito era più mani e meno computer. Erano previste visite guidate per le scuole, ma gli studenti universitari, pur contribuendo con le loro rette le spese di gestione, non vi hanno mai avuto una sede per lezioni o attività; venivano coinvolti come “ciceroni” o aiutanti. C'era poi un centro di documentazione con prodotti multimediali per indicare il percorso di sviluppo dell'industria locale. Officina Emilia aveva anche sviluppato un software presentato a Marsiglia nel 2003.
Questa gestione ha comportato un bilancio di tutto rispetto. Per il periodo 2009-13, si legge nel documento ufficiale che le entrate arrivavano dall'Università (567mila), dalla Fcrm (345mila), dal Comune (32mila), dalla Regione (25mila), Dalla Cciaa (35mila), da Confindustria (4mila), dal Fondo europeo Stencil (17mila) e da altre fonti per un totale di 1 milione e 55mila euro. Insomma, più di un milione in quattro anni per finanziare un museo. Che sono stati spesi così, secondo le uscite ufficiali: ben 405mila euro di personale, 35mila in acquisto di attrezzature, 17mila in spese di comunicazione e 555mila di “spese generali”. Più altre voci. Totale: sempre 1 milione e 55mila. Pareggio di bilancio perfetto.
Sempre dai dati ufficiali si scopre che dal 2009 al 2013, dunque in quattro anni, si sono tenuti 210 laboratori. Una media di 52 all'anno. Uno a settimana. Il più gettonato si chiamava “Un robot che segue la linea”. Nel corso degli anni a questi laboratori si è avuto un crollo di presenze: se nel 2009 erano 77, nel 2010-11 sono diventati 49, per risalire nel 2011-12 a 63 e piombare a 21 nel 2012-13. Gli alunni in visita sono passati da 1604 al primo anno ai 514 dell'ultimo.
Alla luce di questi costi e di questi risultati, ci si chiede: ne valeva la pena?
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