«Parlate di droga Non abbiate paura ad affrontare i figli»
L’esperto Polidori: «Gli stupefacenti attraggono i giovani Per questo è importante discuterne mantenendo un ideale»
«Non si può parlare a dottor Jekyll come a Mr. Hyde». È uno degli esempi usati da Edoardo Polidori per spiegare a oltre cento genitori modenesi il linguaggio per parlare di droga con i figli.
«Se la prevenzione non sa essere stimolante - ha spiegato il medico, dirigente del dipartimento di Salute Mentale al Sert di Forlì - allora non funzionerà mai: è fisiologico». Tante mamme e qualche papà hanno seguito attenti, con taccuini e smartphone, l’incontro che ha aperto il calendario su droghe e internet della Rete di Prevenzione all’istituto Fermi.
LIBERTÀ E CONTROLLO. Come essere stimolanti parlando con i figli adolescenti? È la domanda che Polidori ha fatto ai genitori. «Nell’adolescenza - ha detto il medico - il nucleus accumbens, la parte del cervello che spinge verso lo sperimentare, cresce in modo più esplosivo della logica, la corteccia prefrontale». Insomma, dire di no solo su base razionale spesso è destinato all’insuccesso. «La droga è piacevole - ha ripreso Polidori, con uno stile incalzante - la comunicazione con i figli lo è altrettanto? Serve educarli a essere eroi».
Quattro i punti da esaminare: sostanza, persona, ambiente e legalità: «L’adolescenza è un’età ad altissimo rischio, le droghe incidono pesantemente sul loro cervello: se non facessero niente nessuno le userebbe. Sono illegali, ma per parlare di legalità devo rispettarla prima io». La chiave, per Polidori, è il rispetto. «Non basta dire la droga ti brucia il cervello: gli amici dei nostri figli dicono altro, cosa pensate che passi? La droga è un grande business, che nessuno di noi può tenere sotto controllo». Per resistere serve un ideale per combattere, non avere paura (nemmeno del dialogo serrato), competenza e capacità di collaborazione. Tornando all’eroe, Captain America è stato indicato come simbolo di due elementi: la libertà e il controllo.
DROGHE E DUBBI. Polidori ha citato uno studio anglosassone in cui emerge che il 72% dei giovani tra 22 e 23 anni condivide l’equazione “droga uguale piacere”. «All’inizio Jekyll prova la pozione perché è curioso, poi dice “lo faccio quando mi pare”, poi non può più controllare niente. La sostanza è la stessa, è lui che è cambiato. Un cambiamento inevitabile?»
Da uno studio a un altro, su base europea. I dati mostrano come hanno provato almeno una sostanza il 20% della popolazione (cinquanta milioni) mentre lo 0.5% (un milione e mezzo) è divenuto paziente problematico. «Jekyll non è Hyde: sono due mondi diversi. Chi si fa le canne saltuariamente dovrebbe incontrare un esperto di adolescenza, non di droghe. Così come con i problematici non si può andare in modo “soft”: hanno bisogno di un aiuto perché sono “infognati” adesso». Un terzo studio, pubblicato su Lancet, ha stilato la “lista nera” delle droghe. In cima, a sorpresa, l’alcol. Seguono eroina, crack, metamfetamina, cocaina e un altro “insospettabile”: il tabacco. «Il vino provoca cirrosi, eppure le pubblicità sull’alcol sono sempre seducenti. Il dramma della cocaina spesso si rappresenta con una bella ragazza: se è un dramma … A volte si dipinge una situazione in cui ci sarà l’uomo nero che costringerà a prendere la droga. Poi è proposto come gesto di cortesia da un amico. La linea Maginot è “invincibile”, ma se l’attacco giunge da un’altra parte siamo completamente disarmati».
RIDURRE IL DANNO. Il lavoro di pancia oltre che di testa è stato ricordato da Chiara Gabrielli. «Informare vuol dire ridurre il danno - ha detto il dirigente medico del Sert di Modena - le persone non dovrebbero usare sostanze psicoattive perché innocue non sono. Usiamo il termine “addiction” perché è un comportamento che rende schiavo, come l’addictus latino».
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