Una folla per l’addio a Manfredini, quel leghista di lotta e di governo
Seduti fianco a fianco Roberto Calderoli e Vasco Errani Il ricordo commosso degli amici, l’omaggio degli “avversari”
Ci voleva proprio uno come Mauro Manfredini per far sedere fianco a fianco Errani e Calderoli sulle note del “Va, pensiero” di Giuseppe Verdi con cui si è chiusa la cerimonia del suo funerale. Per lui, per vent’anni, anima, cuore e braccio della Lega Nord, mettere assieme un pezzo da novanta dei bossiani e uno degli uomini-simbolo del Pd è comunque un risultato politico.
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Postumo, purtroppo. E dietro alla sua bara la sala di Terracielo non è bastata a contenere tutti quelli che ieri pomeriggio sono venuti a dargli l’ultimo saluto. Consiglieri regionali e comunali ma anche una folla di militanti di ieri e di oggi, di geminiani veraci capaci di seguire i suoi comizi in dialetto e di nuovi modenesi, colpiti dalla grinta con cui metteva insieme idee e proteste coagulandole in petizioni, interpellanze, ordini del giorno da passare al voto.
La sua ambizione, che è stata poi il filo rosso di tutta la sua stagione di politica attiva, era quella di sparigliare i giochi. Cioè scavalcare i recinti ideologici tra destra e sinistra per riportare al centro dell’agenda politica le istanze della sua terra, mettendo d’accordo gli opposti se ci riusciva o mandando entrambi gli schieramenti a quel paese se non trovava l’ascolto giusto.
Gli applausi alla bara già durante la cerimonia funebre, la commozione dei suoi ex avversari anche nei ricordi dal pulpito, hanno testimoniato l’appartenza di questo leghista sui generis a una razza padana forse in via di estinzione. «Tenace nelle sue idee ma capace anche di riunire - ha sintetizzato ecumenicamente padre Romano Volpari che ha celebrato le esequie - Mauro negli ultimi giorni ha accettato e tenuto ben stretto quel crocifisso che gli avevo donato. Aveva trovato la sua strada, l’aveva accettata». I canti di un gruppo di confratelli di un’associazione guidata dalla sorella e legata alle Figlie Adoratrici del Preziosissimo Sangue riempie le pareti della sala mentre qualcuno si asciuga le lacrime di nascosto. Con Mauro Manfredini ammaina la bandiera la generazione leghista nata sull’indignazione di Tangentopoli, dei furti di Stato, e finita con le appropriazioni dalle casse del partito, le indagini su Bossi, la sua famiglia e la ristretta cerchia dei suoi collaboratori. Il “leone leghista”, come ha voluto chiamarlo Palma Costi, presidente del consiglio regionale, ha attraversato tutte le fasi dell’epopea, da via Bellerio sino al posto di deputato regionale. Partendo dal consiglio comunale di Modena, dove fu eletto a metà degli anni ’90, Manfredini riusciva a essere di lotta e di governo senza essere mai entrato in giunta e non tirandosi indietro quando si trattava di votare a favore dei suoi ex compagni di partito.
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«Mauro era un leghista comunista - riassume Franco Giberti, tessera numero 53 della Lega a Modena - Tutti e due eravamo nella Confesercenti, io mi mossi prima verso la Lega, lui che guidava gli ambulanti subito dopo. Poi lui ha messo il turbo».
«Io sono bergamasco, lui padano - ha scandito Roberto Calderoli, ex braccio destro di Bossi - In lui riconoscevo quei tratti di generosità e onestà della nostra gente». Detto da uno con la sua biografia davanti ai vertici del Pd non è suonato strano. «Abbiamo litigato sulla sicurezza e l’immigrazione, ma per lui lo sviluppo di Modena era una priorità» gli ha fatto eco Palma Costi. E Muzzarelli: «Eravamo amici da quando veniva a Fanano e io lì ero sindaco. Mi mancherà molto. Non potremo più litigare in maniera costruttiva. Persino sabato scorso, quando sono andato a trovarlo, ha insistito perché prendessi i suoi appunti, le sue proposte per il tema della sicurezza in vista della discussione che avremo in Consiglio».
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Già, Manfredini non lasciava di seguire Modena sui giornali e di scrivere sulla sua pagina web commenti e osservazioni. Per lui, che sembrava uscito dalla penna di Guareschi per l’eloquio sospeso tra Peppone e don Camillo, il massimo della vittoria era poter dire la sua su tutto ciò che giudicava storto. Senza fare sconti a nessuno. E forse per questo, all’ultimo addio, forzitaliani come Galli e Morandi, ex Pci-Pd come Pighi, cattolici come Gigi Vallini e altri di tutte le parti politiche sono venuti a togliersi il cappello per rendergli il saluto.
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