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Trande (Pd) «Mi dimetto da capogruppo, manca la fiducia dei dirigenti»

di Davide Berti
Trande (Pd) «Mi dimetto da capogruppo, manca la fiducia dei dirigenti»

Il capogruppo resterà in consiglio comunale e solo un cambio ai vertici lo farebbe desistere: «Se vengono rimosse le condizioni che rendono impraticabile questo ruolo se ne può parlare»

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Non c’è Muzzarelli che tenga. Paolo Trande, capogruppo del Pd in consiglio comunale, dopo le logiche che hanno portato alla compilazione della lista dei candidati alle Regionali, conferma le sue dimissioni da capogruppo. Domani i colleghi gli chiederanno di restare ma al momento non ci sono le condizioni.

Con Muzzarelli vi siete chiariti?

«Ho visto il sindaco che mi ha confermato la sua fiducia personale, politica e mi ha chiesto di rimanere nel mio ruolo. Al sindaco ho rappresentato le mie perplessità rispetto alla sua richiesta e ho confermato le mie dimissioni che consegnerò al gruppo Pd. Non è una ripicca personale ma è una semplice e lineare analisi a rendere impraticabile, per me in queste condizioni, lo svolgimento del ruolo di capogruppo in maniera efficace».

Cosa non le va giù?

«Il capogruppo in consiglio comunale, di un gruppo “grande” di maggioranza, quale quello del Pd, coordina il gruppo e fa da collante con sindaco, giunta e partito che sono i tre momenti fondamentali del medesimo progetto di governo che abbiamo presentato alla città. Se il capogruppo vede uno scarto di valutazione del proprio profilo tra base (che l'ha ritenuto adeguato per una candidatura in Regione) e dirigenza del partito ovvero, se ai maggiori consensi dalla base su una disponibilità non corrisponde una analoga valutazione da parte della dirigenza c'è un problema oggettivo che possiamo definire di “fluidità di rapporto” con il gruppo dirigente (della città in particolare). Interagire quotidianamente con un gruppo dirigente che non ha condiviso la valutazione positiva data dalla base è oggettivamente un problema».

Il segretario provinciale Lucia Bursi ha provato a farel cambiare idea?

«Ho letto la “velina” di Lucia Bursi: ringrazio ma, ahimè, non supera i problemi che segnalavo prima».

Più arrabbiato o deluso?

«Non le nego un po’ di amarezza personale. Ma questa passa, non è un problema e credo non interessi a nessuno. Il problema vero è un altro, come segnalano anche oggi i “95” ovvero il tasso di democrazia interna e quale ruolo ha la partecipazione nella definizione delle scelte, sia sui problemi che e sulle candidature. All'inizio della vicenda delle candidature per il consiglio regionale alcuni proponevano che fosse il gruppo dirigente a proporre una rosa di nomi sui quali andare al confronto con circoli e assemblee, primarie solo per gli iscritti e primarie aperte a tutti (come a Imola, per intendersi dove i candidati quotati sono stati superati dagli outsiders)».

Lei cosa avrebbe preferito?

«Io sostenevo la prima e la seconda opzione (con preferenza per la seconda) ma a tutte e tre le proposte fu detto di no e il gruppo dirigente disse: “facciamo una ampia consultazione”. La ampia consultazione ha dato una indicazione chiara e netta, decidere di ignorarla o aggirarla è un fatto democraticamente grave. Questo segnalano i “95” ma penso sia il pensiero prevalente almeno di tutti quelli che hanno partecipato alle Assemblee (570 solo a Modena città)».

Come giudica la lista?

«Il problema vero è lo stato di salute del Pd. Se da un lato il Pd raggiunge vette di consenso relativamente alte (sui voti assoluti è un altra cosa) del 41%, dall'altro vede la vita di base, il ruolo attivo dei circoli, degli iscritti, degli elettori sempre più marginale o addirittura, in alcuni casi come questo, di impiccio rispetto alle scelte fatte dal gruppo dirigente che localmente, è apparso molto ripiegato sulle logiche correntizie interne o micropersonali. Obiettivamente il risultato delle lista, e non è un giudizio sulle ottime persone in lista, non pare riflettere la complessità, le competenze e le esperienze che ci sono nella “società reale” e di cui si avrebbe bisogno nel Pd e nelle istituzioni».

Preoccupato per il futuro del Pd?

«Il Partito Democratico localmente mostra chiari segni di difficoltà. Alle ragioni storico-politiche e nazionali si aggiunge una chiara sottovalutazione dei segnali di disaffezione e delusione. La scarsa partecipazione alle primarie, la difficoltà del tesseramento dovevano vedere una risposta di maggiore coinvolgimento e di rispetto sacrale delle indicazione dei circa 1.000 modenesi che hanno partecipato alle assemblee e invece si è deciso di non rispettare fino in fondo le loro indicazioni. Questo sta già producendo altra delusione e rischia di produrre apatia e disimpegno».

Che cosa farà adesso?

«Cosa faccio io è l'ultimo dei problemi di Modena. Il problema vero è cosa vuol fare il Pd. Mi dicono che il gruppo voglia respingere le dimissioni. Questo non basta perché non è un problema personale. Se vengono rimosse le condizioni che rendono impraticabile, per il sottoscritto, il ruolo di capogruppo se ne può parlare, diversamente confermo le dimissioni anche dinanzi ad una reiterata richiesta del sindaco e del gruppo. Rimane comunque il mio impegno e il sostegno pieno a Gian Carlo Muzzarelli e al progetto di governo della città».

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