Galeb, Cechov o teatro come utopia
Dalla Croazia un'altra occasione per scoprire la ricerca della scena balcanica
L'arte della scena è in continuo movimento, e anche i grandi classici del teatro hanno voce per confermarlo. Stasera alle 21 il Teatro Herberia di Rubiera ospiterà lo Zagreb Youth Theater per la messa in scena di “Galeb”. In questa edizione di VIE non è la prima occasione in cui si dà spazio alla ricerca teatrale che viene dalla ex-Jugoslavia: dopo il kosovaro Jeton Neziraj (in scena ancora stasera al Dadà di Castelfranco con “One Flew over the Kosovo Theater”), si resterà all'interno dell'area balcanica con l'atteso ritorno del Belarus Free Theater il prossimo 25 ottobre. “Galeb” è in prima nazionale con questa unica data, una ragione in più per affrettarsi a prenotare un biglietto. Il lavoro si lascia ispirare dal famosissimo “Gabbiano” di Cechov, ed è diretto dal regista bosniaco Bobo Jelcic, uomo di teatro riconosciuto a livello internazionale, da qualche tempo anche in ambito cinematografico. Il suo primo lungometraggio “A stranger”, del 2013, è un'opera delicata sulle separazioni religiose che affliggono il suo paese.
“Galeb” non vuol essere l'ennesima messa in scena del testo di Cechov, ma prende forma da esso, ne assume l'energia dei rapporti fra i personaggi e la continua tensione verso il futuro che in cui questi restano paradossalmente intrappolati. Cechov non viene qui interpretato o forzatamente attualizzato, anche se l'attenzione alla realtà non viene mai dimenticata. Dramma dei rapporti mancati, dei desideri che non si estinguono, “Il gabbiano” inscena le vicende di una comunità di persone legate da stretti rapporti di varia natura, i cui slanci risaltano per l'isolamento assoluto in cui pur sempre si esauriscono. Gli amori non ricambiati, le illusioni di svolta, le cadute e i ripiegamenti delle vicende disegnano il mosaico dell'assurdità quotidiana. “Nuove forme sono necessarie, e se queste mancano, allora è meglio che niente sia necessario” sono le parole che Cechov mette in bocca a Konstantin, giovane regista visionario e tormentato. Il discorso sulla vita umana e sulla natura dell'arte attraversa tutto il dramma, dove la finzione diventa modo per discutere la realtà, e la realtà si fa pericolosa proiettrice di finzione.
Il lavoro che Jelcic compie con lo Zagreb Youth Theater tende a rielaborare tutte le qualità del testo, senza costringersi a restituirlo nella sua integralità. Sul palcoscenico quasi spoglio prendono vita abbozzi di personaggi, una farsa fatta di minimi sketch con i tratti di una storia non compiuta, chiusa nella circolarità mai liberatoria caratteristica delle trame cechoviane, che non finiscono mai di parlarci della vita e del nostro tentativo di afferrarla.
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