MàT
«In carcere ogni cura è impossibile»
Gabriele Farina
L’esperto: «Le condizioni della detenzione provocano disturbi psichici nel 20% delle persone». Toccanti testimonianze
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«In carcere non è possibile curare le persone». Così Roberto Cornelli descrive il legame tra salute mentale e detenzione durante un incontro sul tema al Màt, la settimana della salute mentale. «Il 20% dei carcerati italiani soffre di disturbi psichici - ha spiegato il docente di criminologia - per la situazione in ingresso e per le condizioni del carcere, spogliato dell'idea rieducativa. Qui non è possibile curare le persone, ma intercettare coloro che possono essere curati altrove con sperimentazioni innovative». «I programmi educativi riducono del 43% la probabilità di recidiva - ha spiegato Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di salute mentale dell'Ausl di Modena - tra i più efficaci quelli d'istruzione di base. Così si recupera anche dignità». Realtà indicata da più parti come assente nelle carceri d'Italia, già sanzionata dalla Ue. «La dignità non c'è - ha raccontato Mohamed, pseudonimo di un detenuto del S. Anna - siamo stati venti giorni senza la carta igienica. Non avevamo neanche l'acqua calda». Il 44enne è dentro dal 2013 per spaccio. Ieri non c'era, ma la sua storia è stata visibile agli occhi dei presenti. «Ogni notte muoio - ha esordito nel suo testo - perché tutte le volte che chiudono la porta ti senti morire; ogni mattina rinasco perché quando aprono la porta ti senti rinascere». Mohamed vive tra speranza e ansia: «Chiedere aiuto è la cosa più difficile per me e forse, se l'avessi chiesto prima, oggi non sarei qui». Il quadro non appare migliore nella casa di lavoro di Castelfranco. «Ci potete chiamare internati - è la testimonianza di un uomo - ma non notiamo nessuna differenza: c'è totale mancanza di libertà». Un luogo in cui per legge si dovrebbe mirare alla rieducazione dopo aver scontato la pena. «La realtà - ha aggiunto Giuseppe, pseudonimo di un 50enne in licenza dalla sede di Castelfranco - è che tutte queste persone professionali e mezzi di reinserimento e di recupero non ci sono». «Arrivano anche dall'ospedale psichiatrico giudiziario - ha spiegato un'educatrice della sede - alcuni li abbiamo impasticcati: non sappiamo che fare. Un letto alla Caritas costa molto meno». «Non è solo una modalità inumana - ha ripreso Starace - ma anche poco conveniente». Vincenzo Scalia, sociologo, ha ricordato «i 59 suicidi e i circa diecimila atti autolesionistici nelle carceri nel 2013», avanzando un dubbio: «È partito l'ingranaggio del business penitenziario? Negli Usa i numeri sono aumentati e così i privati interessati. Se ne parla anche in Italia». «Abbiamo chiesto il danno erariale alla Corte europea - ha detto Monica Mischiatti (Radicali) - perché anche tutti i cittadini ne subiscono le conseguenze». «La criminalizzazione delle condotte - ha ripreso Luca Negrogno, sociologo - avviene perché sul territorio insistono poteri che mettono in atto dinamiche alla ricerca di profitto, come l'espulsione di poveri dai quartieri destinati alle case popolari o i progetti di grande speculazione edilizia». Chieste una riforma della giustizia e una riduzione dell'idea di minaccia sociale, superando la paura. Esposte anche le cifre della realtà modenese. Più che i numeri, restano le storie perché - come ha concluso il moderatore Enrico Grazioli, direttore della Gazzetta di Modena - c'è bisogno di storie da raccontare».
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