L’ultimo addio a don Rocchi, il profeta dei ragazzi
Nella cappella diventata camera ardente centinaia di persone sono passate per salutare il sacerdote scomparso a 101 anni
Quando è rientrato pochi giorni fa dall’ospedale, con un’ambulanza, è arrivato nel bel mezzo di una festa degli oratori modenesi. Per l’ultima volta ha abbracciato con gli occhi dal finestrino i campi di calcio e i prati dove correvano i ragazzi e in cuor suo ha sorriso. Forse don Mario Rocchi pensava a quell’inverno terribile, pieno di freddo e nebbia, quando nel 1947, nello stesso luogo che allora era un prato circondato da canali, il vescovo Boccoleri metteva la prima pietra della sua creatura, la Città dei Ragazzi, che avrebbe dovuto accogliere e raccogliere i ragazzi sbandati, con famiglie segnate dalla guerra e dalla miseria.
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Mentre lo portavano in barella nella sua cameretta sapeva che sarebbe stato l’ultimo viaggio su questa terra prima di tornare alla casa del Padre. Nei pochi giorni che hanno preceduto lo sua scomparsa, avvenuta domenica pomeriggio, il fondatore della CdR è rimasto in uno stato di incoscienza vigile, con l’attenzione che tornava a tratti e il corpo che si rifiutava di obbedirgli. E dire che il suo corpo di montanaro abituato a scalare le montagne e le vette delle difficoltà quotidiane, aveva dato tanto in 101 anni di vita. Quante battaglie, quante soddisfazioni gli saranno passate davanti in quelle ore in cui non ha voluto separarsi neppure per un attimo dal quadro della Madonnina che portava con sè da quando era in seminario.
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Con don Stefano Violi, dal 1° settembre condirettore della CdR, così come con l’inconsolabile diacono Riccardo Cristiani che da otto anni era il suo angelo custode, don Mario era stato chiaro. Con l’ultima voce rimasta, ormai un sospiro, aveva chiesto di avere vicino al letto un’immagine che teneva per sacra. «Mi ha accompagnato per tutta la vita - aveva spiegato alle persone più vicine a lui - Ho pregato tanto davanti a questa immagine quando aspettavo aiuti per fondare questa casa per i ragazzi di Modena e la Madonna mi ha mandato i benefattori più importanti, senza i quali non avrei potuto fare nulla».
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Anche se tra i sottoscrittori delle quote iniziali c’erano stati addirittura la regina Elisabetta II, grata dell’aiuto dato per far fuggire i prigionieri inglesi durante la guerra, e Papa Pacelli, l’aiuto decisivo gli arrivò da un industriale brianzolo, Giuseppe Vismara, allora proprietario della cartiera di S. Cesario. E don Rocchi non lo dimenticò mai, convinto che il suo arrivo provvidenziale fosse un dono del Cielo.
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«Lo conoscevo sin dai tempi della guerra, quando era a Saliceta - racconta un anziano che avanza a fatica reggendosi sul bastone, nella cappella della CdR trasformata in camera ardente - Gli ho dato una mano i primi anni che era qui in S. Faustino, lui era sempre in prima fila ad aiutare i ragazzi».
«Una grande presenza, fondamentale - spiega la professoressa Randeghieri, che per alcuni anni ha insegnato alla CdR - Don Rocchi è stata una personalità carismatica che aveva un enorme senso pratico. Nella sua lunga vita aveva visto e lavorato tanto, sapeva tradurre un’idea e metterla in pratica trovando le persone giuste. Ci mancherà molto».
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