Campanili e territori
Che il neo sindaco di Carpi dica, come nel Focus organizzato in Gazzetta, che è finita l’era dei campanili e protagonisti diventano i territori più ampi è un buon segnale.
Che il neo sindaco di Carpi dica, come nel Focus organizzato in Gazzetta, che è finita l’era dei campanili e protagonisti diventano i territori più ampi è un buon segnale. Non solo perché viene da Carpi (che più campanile quasi non si può...) ma soprattutto perché significa che in tempo di tagli e trasferimenti ridotti c’è una politica che prova almeno a ragionare in termini di strategia e non di tattica per sopravvivere. In un clima di grande confusione dell’architettura istituzionale (Province fantasma, Regioni sotto tiro, Comuni al verde...), di lotte e sovrapposizioni tra poteri e burocrazie, di serpeggiante svilimento della rappresentanza in nome del decisionismo, chi pensa che da solo non può più fare molta strada è già più avanti degli altri. Certo, può perdere delle mezzore lungo una statale trafficata e insufficiente come quella tra Carpi e Modena che dirotta altrove buona parte dei mezzi in cerca di un polo logistico agevole e conveniente.
Certo, un giorno (purtroppo più tardi che presto) verranno anche le unificazioni dei Comuni, se i cittadini lo decideranno e se qualcuno prima riuscirà a spiegarne bene loro i vantaggi. Ma nel frattempo le “aree vaste” o almeno più allargate dei ristretti confini paesani si possono ideare e costruire: facendo fare il salto di qualità alle Unioni comunali. Discutere di aree produttive e programmarne l’insediamento di concerto fra più municipi e non in libera e disgraziata uscita ne è un esempio: razionalizzare l’offerta e rinforzarne l’attrattività non può che aiutare il richiamo di chi deve scegliere un luogo migliore dove investire e creare lavoro. Un altro è rimodulare i servizi (e i costi) guardando se anche l’erba del vicino ha bisogno di un po’ d’acqua in più, rinunciando a investimenti che una volta tagliato un nastro in pompa magna si trasformano solo in impietose cambiali.
Che non significa rinunciare a competere, ma giocare in squadra. Fare quel benedetto sistema, che è una scommessa, sì, ma su cui la sorte ha un’incidenza residuale: molto inferiore a quella delle idee e della progettualità politica. Vedremo chi ci sta.
@engraz
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google