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Addio al gentiluomo della scrittura

di Saverio Cioce
Addio al gentiluomo della scrittura

Inviò il manoscritto del primo libro all’Einaudi quando era alla Gazzetta. La risposta la trovò in una busta persa per strada

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Ora che se n’è andato in punta di piedi i suoi colleghi più giovani si sono accorti di aver perso un fratello maggiore, oltre che un amico sempre pronto a spiegarsi e a spiegare regole e accortezze di una professione difficile.

Ancora a 93 anni Remo Lugli, scomparso a Torino dove si era trasferito negli anni Cinquanta, non aveva perso il gusto e il talento della scrittura. Per lui era un bisogno quasi fisico, quello di condividere con gli altri ciò che vedeva, capiva o soltanto immaginava. Anche se da un quarto di secolo non faceva più parte del pool di inviati del quotidiano torinese la Stampa, per cui aveva seguioto i più clamorosi casi di cronaca in giro per l’Italia, Remo continuava a tuffarsi nella realtà per esplorarla e raccontarla.

Gli esordi da giornalista nella vecchia Gazzetta di via Falloppia si mescolano con quelli di aspirante scrittore. È lì, tra gli stanzoni fumosi dove le macchine da scrivere e i telefoni erano quanto di più tecnologico avesse la redazione, Lugli muoveva le dita infaticabile sulla tastiera come un folletto, avendo a fianco come guide e colleghi alcuni tra i maestri del giornalismo tricolore, come Guglielmo Zucconi e Arrigo Levi, quest’ultimo ancora in servizio attivo come consigliere per l’editoria a fianco di Napolitano. Ma nel suo cuore, per lui che veniva da Rolo e aveva la campagna come orizzonte di libertà, batteva il cuore di scrittore. Non è un caso se nel suo blog l’ultimo racconto pubblicato è di due mesi fa, il 10 agosto, e racconta il rito invernale della pcarìa, la macellazione del maiale per trasformarlo in salami, strutto e prosciutti.

Ecco, ad esempio, come si racconta nella sua scheda autobiografica scritta in terza persona. Ovviamente, verrebbe da dire; per lui, cresciuto nella scuola per cui i giornalisti non devono stare lontani dal palcoscenico, ma i protagonisti ma solo testimoni delle notizie , è stato normale fino agli ultimi giorni restare schivo e appartato. Chissà cosa avrebbe detto oggi scoprendo di essere diventato una notizia a sua volta.

«Remo Lugli, giornalista, scrittore, è nato il 25 novembre 1920 a Rolo - scrive - Giornalista lo è stato per trentadue anni, facendo l’inviato. Eppure non lo era totalmente. Mentre riempiva taccuini di appunti, per i fatti e i fattacci, o quaderni con tabelle e resoconti per le inchieste, un’occhiata mentale alla storia che aveva in ballo quel giorno ogni tanto gliela dava.

Aveva incominciato quando era nella cronaca del giornale provinciale, la Gazzetta di Modena; la notte a battere sui tasti di una vecchia Remington; e di tanto in tanto in testa la maturazione di una parola, di una frase per le sue formiche. (...) Voleva creare una storia bella, molto di più delle solite novelle che già andava pubblicando nella terza pagina della Gazzetta».

Il manoscritto del primo libro lo mandò all’Einaudi mentre Elio Vittorini, Italo Calvino e Natalia Ginzburg cercavano giovani scrittori. «Lugli ha ricevuto la risposta - scrive - ma solo per un soffio: avrebbe potuto benissimo non riceverla e allora tutto quanto è avvenuto non sarebbe avvenuto. Infatti la lettera di risposta non l’ha trovata nella cassetta della posta ma, di notte, mentre tornava dalla Gazzetta, sotto la pioggia, quasi davanti a casa nell’acqua di una buca della strada. L’ha raccolta, ha visto che era indirizzata a lui». La Ginzburg si complimentava con lui e il libro entrò nella collana di Vittorini. Quanto al lavoro di inviato Lugli ricordava divertito le sue disavventure con i primi computer potatili: aggeggi ingombranti, pesanti e con collegamenti quasi impossibili. Nè uso uno dei primi in giro per l’Italia; una volta fu fermato dai carabinieri perchè aveva smontato il coperchio di una cornetta telefonica in una cabina pubblica. Lì doveva collegare il modem e i militari lo fermarono pensando di trovarsi di fronte a un atto di vandalismo. Ma anche quella disavventura si concluse a lieto fine.

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