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Modena, scomparso in ospedale 34 mesi fa: detective scopre il cadavere è Primo Zanoli

di Stefano Totaro
Modena, scomparso in ospedale 34 mesi fa: detective scopre il cadavere è Primo Zanoli

Il corpo di Primo Zanoli era mummificato all’interno di un vano tecnico vicino alle camere ardenti Forse si era avventurato nel cantiere aperto all’epoca, precipitando nel cavedio. Ora esame del Dna

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Primo Zanoli è stato ritrovato ieri all’interno dell’ospedale di Baggiovara da dove era scomparso. Scoperto dopo quasi tre anni di ricerche, dopo appelli della famiglia, dopo esposti, fiaccolate, puntate di “Chi l’ ha visto?”, inchieste della procura. E soprattutto dopo che la speranza e la determinazione della famiglia non erano mai scemate nel tempo.

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Primo Zanoli è stato ritrovato dopo trentaquattro mesi in un luogo definito dagli inquirenti inimmaginabile: in fondo ad un cavedio, un cosiddetto vano tecnico dove passano i tubi di aerazione. Un “corridoio” verticale, largo due metri e mezzo per circa due, che dal tetto sino al pian terreno “buca” per una dozzina di metri in profondità l’ala dell’ospedale di Baggiovara dove si trovano in basso le camere ardenti. In linea d’aria, a ben guardare, quel maledetto cavedio è beffardamente vicina al reparto di Neurochirurgia dove il 64enne era stato ricoverato per una emorragia cerebrale e da cui, dopo l’intervento chirurgico, si stava riprendendo.

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La soluzione all’enigma era incredibilmente vicina, a portata di mano, ma c’è voluto acume investigativo e l’utilizzo di alcune sofisticare apparecchiature elettroniche.

Sono stati gli investigatori dell’agenzia privata Sheridan, gli esperti assoldati dalla stessa Ausl, in accordo con la famiglia Zanoli (la Procura aveva ancora un fascicolo aperto sul caso) a scendere in campo e a compiere “il miracolo”. E alle 12 di ieri gli investigatori privati hanno lanciato l’eureka: «Venite, l’abbiamo trovato». E in breve ecco che, nei pressi delle camere ardenti, si sono portati vigili del fuoco, polizia scientifica, uomini e dirigenti della squadra Mobile della questura.

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Partendo dal tetto dove sboccava il cavedio di aerazione, dopo aver tagliato la grata di copertura, gli esperti investigatori hanno calato un sondino collegato al computer, che via via si è snodato per parecchi metri in basso. In fondo si vedeva una macchia scura. Allora è stata calata una videocamera digitale dotata di illuminazione propria. Le immagini ricavate hanno sciolto ogni dubbio: in fondo al cavedio c’era un cadavere.

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Missione compiuta. E così sono entrati in azione i vigili del fuoco coadiuvati sul posto dalla polizia. Al secondo piano è stato sfondato un accesso per poter arrivare meglio sul fondo del cavedio e recuperare, calando una scala e altra apposita attrezzatura, la salma. Il corpo era adagiato, come accovacciato ed era praticamente mummificato. Era cioè ben conservato, nonostante siano passati quasi tre anni, tra freddi intensi e caldi torridi: il buono stato di conservazione, hanno spiegato gli esperti, è stato dovuto al fatto che il luogo, proprio perchè è un vano tecnico che serve per l’aerazione e il passaggio di tubature, era asciutto e coperto, costantemente areato e questo ha rallentato la decomposizione. La polizia assieme ai vigili del fuoco ha “studiato “il cavedio, salendo sul tetto, andando al terzo piano dove tuttora ci sono lavori in corso, per ricostruire e per aprire un nuovo filone d’indagine.

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Cosa dunque è successo quella notte tra il 30 e il 31 dicembre del 2011, quando dopo che gli era stato somministrato un calmante, Primo Zanoli scomparve verso le 2 dalla sua stanza, scalzo, con la sola camicia da ricovero, senza nient’altro? Lo si era cercato ovunque, ma non in quel cavedio, tutto sommato a poca distanza. Il 64enne di Castelnuovo, in pensione dopo una vita da agricoltore, già qualche giorno prima, in stato confusionale dopo l’operazione (fra l’altro ben riuscita, avrebbe dovuto essere trasferito a breve all’ospedale di Vignola) , venne ritrovato in un letto di un’altra stanza del reparto. È probabile che quella notte, confuso e soprattutto agitato, con il calmante che avrebbe avuto l’effetto contrario, si sia alzato e abbia iniziato ad incamminarsi lungo il suo reparto, al terzo piano. Un girovagare che, ora che si conosce l’epilogo, lo ha portato nell’ala dove c’era un cantiere aperto, dove si stavano effettuando lavori. Un piano tuttora in costruzione, è quello sopra a Diagnosi e cura. Qui siamo al secondo piano, qui c’è un possibile accesso al cavedio tramite una specie di porta. Probabile che Primo l’abbia varcata non accorgendosi che dietro c’era il vuoto.

Ora si attende l’ufficialità del test del Dna: la figlia, Barbara, è stata portata a Medicina legale per il test. Poi ci sarà l’autopsia. E poi? La figlia, mentre andava con la polizia al Policlinico, ammette: «Per noi questo è un nuovo inizio».

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