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Primo Zanoli, deceduto per gli stenti e per il grande freddo

di Stefano Totaro
Primo Zanoli, deceduto per gli stenti e per il grande freddo

Il 64enne precipitato per una decina di metri dal secondo piano dello stabile Una volta sul fondo si era trascinato e rannicchiato in un angolo per proteggersi

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Era rannicchiato in un angolo, contro la parete in fondo al cavedio. Non era perpendicolare al punto di caduta, ma si era spostato, perché il vano tecnico termina con una specie di stanzetta rettangolare, un po’ più ampia, sui tre metri. Quindi, rispetto al vano centrale, c’erano due piccole parti a destra e a sinistra.

Primo Zanoli, precipitato da un’altezza di una decina di metri, aveva cercato, compatibilmente con le ferite e le probabili fratture riportate, di spostarsi, di uscire e poi, trovatosi in gabbia, di trovare un minimo riparo. Lui, frastornato, ferito, reduce da un intervento chirurgico, da qualche giorno in stato confusionale e per di più, proprio quella notte, sotto l’effetto di un tranquillante, è piano piano morto di stenti o anche a causa del grande freddo. Era la notte tra il 30 e il 31 gennaio, la temperatura era glaciale, il 64enne di Castelnuovo aveva preso a girovagare per l’ospedale solamente con il camicione da letto, da ricovero. E non aveva nient’altro. Morto di stenti oppure assiderato: dopo il ritrovamento del suo corpo l’altro giorno ad opera degli investigatori dell’Agenzia Sheridan e dopo il recupero della salma da parte di vigili del fuoco e della polizia, ora la parola spetta alla procura, che ha disposto l’esame del Dna, per fugare ogni dubbio sulla identità del cadavere, e all’inevitabile autopsia.

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Per il Dna è stato prelevato un campione dalla figlia Barbara, che l’altro pomeriggio ha seguito sul posto tutte le operazioni di recupero del padre: per conoscere il responso della comparazione con quello che appartiene alla salma mummificata ci vorrà ancora qualche giorno. Presto verrà conferito l’incarico per l'esame autoptico presso la Medicina legale. Ieri mattina sopralluogo del pm Guerzoni che ha esaminato il cavedio, la zona del secondo piano dove, con ogni probabilità, Primo Zanoli è approdato nel suo girovagare. Lì, tre anni fa, c’era un cantiere, lì c’era una porta (di quelle anti fuoco) che poteva essere chiusa ma che poteva anche essere aperta, dietro la quale c’era il vuoto. Il vuoto appunto del cavedio, il vano tecnico per i tubi dell’aerazione.

La procura, come ha affermato il procuratore capo Vito Zincani, è ora nella cosiddetta fase conoscitiva, sta cercando di fotografare la situazione e si sta muovendo su due direzioni poiché, allo stato attuale e senza che ancora via sia qualcuno nel registro degli indagati o sia stato emanato un avviso di garanzia, potrebbe farsi strada l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Così come aveva auspicato l’avvocato Muracchini che da sempre si è battuto per la famiglia Zanoli. Due sono le direzioni investigative: la prima è nei confronti dell’Ausl.

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Si indagherà se nei confronti di Primo Zanoli erano state prese tutte le “misure” del caso: vale a dire non solo se il paziente era stato controllato a dovere ma se anche l’ospedale aveva preso tutte le misure necessarie affinché fosse scongiurata ogni possibilità che un qualsiasi paziente o altra persona potesse accedere all’area in cui si stavano effettuando lavori, un’area collocata in pratica sullo stesso piano anche se in un’ala diversa. La seconda direzione d’indagine riguarda il cantiere stesso, o meglio si indagherà se la ditta responsabile dei lavori aveva rispettato ogni norma di sicurezza: accessi, transenne, chiusure e quant’altro. Presto dunque verranno sentiti responsabili dell’Ausl e della ditta edile, al fine di accertare se tre anni fa il reparto ospedaliero era adeguatamente isolato rispetto all'area in cui erano in corso i lavori e se nel cantiere le norme erano rispettate.

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