Gazzetta di Modena

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CASO ZANOLI

«Ma quel cantiere era stato controllato?»

di Stefano Totaro
«Ma quel cantiere era stato controllato?»

Barbara: l’area era confinante al reparto. Se c’era quel tunnel aperto, perché nessuno s’è mai calato per un sopralluogo?

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MODENA. «Ma in quel secondo piano, quello del cantiere, quello dove c’è il buco, o meglio, dove manca la parete che chiude il vano tecnico, dove quindi dovrebbe essere caduto mio padre, erano andati a guardare? Subito dopo la scomparsa o in questi tre anni quella zona abbandonata e potenzialmente pericolosa era mai stata controllata? Se è vero che quel piano vuoto è pressoché “confinante” con un reparto (quello dove era mio padre) e che ora si sta appunto indagando per verificare che sia stata rispettata ogni norma di sicurezza per proteggere gli accessi, per impedire che qualcuno vi transitasse, come è possibile che non sia stato passato subito al setaccio? Oppure, se vi sono state effettuate delle ricerche, come è allora possibile che non sia stato notato che in quel corridoio verticale praticamente aperto qualcuno poteva finirci dentro? Perché nessuno si è calato all’interno a controllare? Nessuno si è insospettito? D’altra parte stavano cercando una persona anziana, in stato confusionale, che era scomparsa lì vicino...».

DOVE HANNO GUARDATO? Barbara Zanoli, la figlia di Primo, il 64enne ritrovato giovedì scorso all’interno di un vano tecnico nell’ala ospedaliera delle camere ardenti di Baggiovara, ragiona ad alta voce, dice di avere «questo tarlo in testa che non tace. Continuo a pormi queste domande - afferma - e continuo a chiedermi se davvero è stato fatto tutto il possibile per cercare e anche per salvare mio padre. Sono quesiti che mi pongo per buon senso, per logica. Se c’è una zona pericolosa per lo più vicina al reparto di mio padre, quella deve essere la prima ad essere passata al setaccio. E per di più se c’è un “buco” profondo metri e metri è proprio lì che avrei guardato se qualcuno c’era finito dentro». Sono domande che Barbara ora rivolge agli inquirenti, alla polizia, alla procura che ora sta indagando con l’ipotesi di reato, sempre più probabile, di omicidio colposo. «Vorrei sapere pertanto se davvero è stato fatto tutto il possibile da parte dell’Ausl. Fin dall’inizio, anche prima che le ricerche a tappeto effettuate all’esterno dessero esito negativo, il nostro sospetto era quello che nostro padre fosse caduto da qualche parte dentro all’ospedale, che si trovasse all’interno. Per questo abbiamo sempre insistito affinchè non si smettesse di cercare».

PUGNALATA DELLA PROCURA. «I momenti più bui, più terribili di tutta questa vicenda? Beh intanto mi viene da pensare che non è ancora del tutto finita perchè appunto ci sono tanti lati oscuri. Questo ci lascia ancora tutti nell’apprensione: ci manca ancora la verità. Ma non dimenticherò mai quando ci avvisarono che nostro padre era scomparso. Incredibilmente mi sono trovata a vivere in prima persona quello che si vede nei film. Quella sensazione di non sapere a chi rivolgersi, di non avere più nessuna certezza, di non sapere e di sentire l’angoscia crescere... terribile. E ancora, come una pugnalata, la volontà della procura di archiviare il caso, uno dei momenti più brutti. Ci siamo opposti con tutte le nostre forze contro questo voler apporre la parola fine alla nostra speranza. Questi sono stati momenti, come dire, “acuti”».

COME IN UN SOGNO. «Ma c’è stato un lungo periodo in cui mi sono sentita nell’identica sensazione che si prova quando si effettua quel classico segno in cui tu cerchi di correre e il posto che vuoi raggiungere si allontana sempre di più. Corri corri e la strada si allunga all’infinito. Oppure il senso di pesantezza che si prova nello spingere con tutte le tue forze un’auto e questa no si sposta sì e no di un centimetro. Ecco, io vivevo interiormente questo quando le indagini stavano stagnando, quando c’è stato anni fa un lungo periodo in cui tutto taceva, tutto era fermo nei fatti anche se , in pratica, si doveva a cercare». «Ora aspettiamo i tempi dell’esame del dna e dell’autopsia. Il funerale, quando ci sarà consentito di effettuarlo, sarà sobrio. Non abbiamo organizzato nulla di particolare. La grande angoscia è finta dopo il ritrovamento, rimane la ricerca della verità».

CARTINE E VIGILANZA. Sul fronte delle indagini, la ricerca della verità si snoda tra planimetrie e prossimi avvisi di garanzia nei confronti di responsabili dell’Ausl e della ditta che ha realizzato i lavori in quell’ala sopra alle camere ardenti. La Mobile sta analizzando cartine e planimetrie per fare un confronto tra l’area attuale e come si presentava tre anni fa. La zona che viene detta “del cantiere” non vedeva nessuna presenza di operai al lavoro, non c’erano costruzioni in atto, ma era un piano realizzato e vuoto, in attesa di una futura destinazione d’uso (che ancor ora non c’è). L’accesso non era e non è consentito. Porte aperte o chiuse, accessi aperti? Si vedrà. Bisogna analizzare se, tre anni fa, si poteva arrivare a quel piano anche dall’esterno, aprendo cioè delle porte e percorrendo scale esterne. In questo caso la responsabilità del controllo di queste porte o varchi cadrebbe sulla vigilanza dell’ospedale. Il sindaco di Castelnuovo, Carlo Bruzzi: «Sento il dovere, a nome di tutta la comunità, di chiedere alle istituzioni sanitarie del nostro territorio precise risposte su come tutto ciò sia potuto accadere e quali provvedimenti si intendono adottare affinché fatti del genere non possano più verificarsi in futuro».

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