«Noi, migranti della lirica. Qui la mecca del belcanto»
All’inizio fu Raina Kabaivanska, che partì dalla rossa Bulgaria, oggi i giovani cinesi. Chi sono, come si trovano gli studenti che hanno scelto il Vecchi Tonelli e il Cubec per imparare
Anna si ricorda con precisione la prima volta che è scoppiata a piangere fuori casa. «Non mi era mai capitato, neanche al cinema» racconta. «Era la prima opera che andavo a sentire: Madama Butterfly di Puccini. Mai nessun film o libro mi ha fatto credere tanto in una storia quanto quella musica meravigliosa. Avevo 18 anni».
Oggi di anni ne ha 30. Viene dalla Croazia ed è una delle tante cantanti che da tutto il mondo vengono a Modena per perfezionarsi nel canto lirico. Dopo quel primo amore con relativo pianto, Anna si mette a studiare l'opera italiana. Inizia traducendo le arie che canta parola per parola, dizionario alla mano. Da due anni è a Modena, dove studia al Conservatorio Vecchi-Tonelli con uno dei suoi idoli, Raina Kabaivanska, "la signora", come la chiamano tutti qua.
«La vita in Italia all'inizio non è stata facile» racconta Anna. «Io sapevo l'italiano delle opere, usavo il passato remoto e termini strani. Non conoscevo la lingua quotidiana». Ad esempio discutere e firmare un contratto per un appartamento con l'italiano usato nei libretti di Verdi e Puccini, non è proprio una passeggiata. Anna ride: «Io non capivo loro e loro non capivano me. Oggi quel contratto non lo firmerei». Adesso il suo italiano è perfetto e anche la sua tecnica vocale è migliorata. «Vivere qua è stato fondamentale. Non solo per la lingua, ma anche per avvicinarmi al tipo di cultura» spiega.
LA VOGLIA DI ARRIVARE
La sua adorata maestra, la Kabaivanska, è d'accordo con lei: «Qui arrivano ragazzi da paesi molto lontani. Gli italiani, a parte il vantaggio della lingua, hanno l'opera come eredità culturale, gli stranieri devono imparare tutto e fanno più fatica. Ma sono anche più determinati. Alcuni paesi sono rimasti isolati dal resto del mondo per troppo tempo, hanno scoperto l'opera tardi. Ne sono attirati, ma resta una cosa lontana da loro. La lingua si può imparare, la tecnica anche, ma quello che manca è l'orizzonte culturale, quella consapevolezza che fa di una voce un artista».
LA PASSIONE VIA YUOTUBE
La Kabaivanska sa di cosa parla: quando ha lasciato la Bulgaria non aveva mai sentito cantare Maria Callas. «C'era il comunismo e noi eravamo nella parte del mondo isolata. Io la Callas non sapevo nemmeno chi fosse». Tempi lontani. Oggi ci sono ragazzi arabi, giapponesi, armeni, che guardano video su Youtube e si innamorano del belcanto italiano e qualcuno, grazie soprattutto alle borse di studio, alla fine arriva qua a Modena. Ad attirarli sono due realtà: una è quella del Conservatorio, l'altra è il Cubec, l'accademia musicale fondata dal soprano modenese Mirella Freni e dal marito Nicolai Ghiaurov, ora scomparso.
Al Cubec conosco Felipe. Ha 37 anni, è un baritono e viene dal Brasile, da una città che si chiama Maceio. Non avendola mai sentita la cerco su Google (provate anche voi) e vedendo le fotografie mi chiedo com'è possibile che Felipe ora si trovi a Modena, con tutto il rispetto per Modena. Maceio sembra una città stupenda, sul mare, con acqua tanto azzurra da sembrare finta e spiagge splendide, da cartolina. Ma la realtà è più complicata delle cartoline: Maceio, oltre ad essere la città brasiliana con il più alto numero di omicidi per abitante, non è esattamente la città adatta per chi sogna di fare l'opera. «Nessuno conosceva la musica classica, non c'erano mai concerti» racconta Felipe. «Io cantavo nei cori, ma volevo fare il cantante solista. I miei genitori però non erano d'accordo. Loro non capivano cosa volevo fare, pensavano ai cantanti nei bar».
Quindi Felipe, per fare contenti i genitori, si iscrive in medicina. Certe cose a quanto pare sono uguali a tutte le latitudini: i genitori di tutto il mondo se un figlio dice di voler fare l'artista gli rispondono «perché invece non fai il medico, una professione utile, sicura, ben pagata?». Così fanno i genitori di Felipe, e lui ubbidisce.
SACRIFICI PER UN SOGNO
Ma dopo quattro anni capisce che la medicina non fa per lui. «Io volevo cantare e basta» dice. I suoi gli dicono va bene, fai quello che vuoi, ma noi non ti aiuteremo, dovrai cavartela da solo. Un po' perché non sono ricchi, un po' perché non ci credono. La strada per Felipe è in salita, ma lui non molla. «Ho lavorato, ho risparmiato, mi sono trasferito a San Paolo, cantavo ai matrimoni per mantenermi gli studi all'università di musica».
A San Paolo migliora la sua tecnica vocale, vince vari concorsi, quindi lascia il Brasile. Va in Scozia, frequenta i master, si perfeziona. Si sposta in Germania, Inghilterra. Poi in Italia, qui a Modena, dove si trova dal 2011. «Era la mia ultima possibilità: altrimenti sarei tornato in Brasile». Anche lui pensa che vivere qua l'abbia aiutato a migliorarsi come cantante: «Cantare non è solo aprire la bocca e fare uscire una bella voce» dice. «Bisogna comunicare con il pubblico, trasmettere emozioni. Ma come fai a dire bene una cosa se non sai cosa vuol dire e come dirla?».
Durante una lezione in Conservatorio un giovane basso bulgaro sta cantando uno dei più celebri brani da "Elisir d'Amore" di Donizetti, che inizia così: "Udite o rustici". Ma il giovane bulgaro pronuncia "Udite o rostici", con la O al posto della U. Viene corretto, ma l'errore si ripete circa una decina di volte, finchè il ragazzo si ferma, sconsolato. Se i cantanti provenienti dall'est hanno problemi con le vocali, è vero che i cinesi pronunciano la erre come una elle, e quindi all'inizio cantano cose come "Che gelida manina, se la lasci liscaldal".
«Ma non è solo un problema di pronuncia» spiega la Kabaivanska. «La lingua italiana per loro è difficile perché ha tante vocali, ed è per questo che è perfetta per cantare. Ma la pronuncia si impara, si migliora, così come la tecnica. Il vero problema è capire quello che si sta cantando». Attenzione: qua il verbo capire va letto in un'accezione più ampia, e non a caso il soprano mentre pronuncia la parola "capire" indica il cuore e non la testa.
CAPIRE L’OPERA
Con gli studenti stranieri il problema più frequente è proprio questo: farli entrare nella mentalità delle opere italiane. Arrivano dalla Cina, dal Giappone, dagli Stati Uniti, da culture molto lontane da quella italiana. I sudamericani come Felipe, che vengono da mondi simili, entrano più velocemente in quella mentalità apparentemente così folle, fatta di grandi amori, suicidi, risate, sublimi eccessi. Un mondo dove, secondo una famosa battuta, un uomo viene pugnalato e, invece di morire, canta.
«Soprattutto gli orientali hanno una sorta di timidezza» racconta Michele Montanari, direttore del Cubec. «Magari c'è la cantante coreana con una bella voce ma molto timida che deve interpretare una prostituta, essere passionale, lasciarsi abbracciare, fare un duetto d'amore... In quel caso è fondamentale farle capire il contesto sociale e culturale in cui si svolge la scena, perché si tratta di situazioni a loro aliene».
Al Cubec ogni anno arrivano in media 1200 richieste da 55 paesi diversi. Ragazzi e ragazze di tutto il mondo che per un anno vogliono vivere a Modena e studiare canto a tempo pieno. Ad attirarli è soprattutto la presenza della Freni come insegnante, una star internazionale, così come la Kabaivanska in Conservatorio.
«Francia, Polonia, Guatemala, Giappone, Moldavia, Armenia» elenca Montanari. «Arrivano richieste dall'Africa, Sudafrica, Liberia, Marocco... Abbiamo avuto anche una ragazza dalla Nigeria». Ovviamente ci sono anche gli italiani, che però negli ultimi anni sono diminuiti, come in generale sono diminuiti gli europei: «Le richieste di audizioni rispecchiano la situazione economica dei paesi: sono diminuite quelle provenienti dai paesi in crisi e sono aumentate quelle dei paesi emergenti, come il Brasile, l'Argentina, il Cile, alcuni paesi arabi o la Corea».
CINESI INNAMORATI
In oriente l'opera italiana è molto popolare da diversi decenni. In Cina è addirittura di moda. Le nuovi classi benestanti amano tutto ciò che è Made in Italy, compresi i compositori italiani come Verdi o Rossini. Celebri cantanti e maestri italiani vengono ben pagati per andare a insegnare in Cina, dove si aprono conservatori, teatri, si fanno concerti, e allo stesso tempo vengono finanziati viaggi di perfezionamento in Europa per i musicisti cinesi. Come un giovane passato per il Cubec, inviato in Italia dal Ministero Cinese dell'Istruzione, che ha poi debuttato al Metropolitan ed è ritornato a Pechino come apprezzato cantante d'opera.
«Ovviamente hanno maggiori risorse, questo è uno dei motivi" spiega Montanari. "Ma senza andare troppo lontano, anche le vicine Francia e Germania investono in cultura molto più di quanto faccia l'Italia». Anche in questo caso, come sempre più spesso avviene con i flussi migratori, l'Italia si dimostra un paese di transito. Gli immigrati vengono qua per non restare. Da noi il settore della lirica è in crisi, eppure da tutto il mondo arrivano giovani cantanti a perfezionarsi per poi andare altrove.
LA SCUOLA NON AIUTA
«In Germania i teatri sono sempre aperti, ogni sera c'è una vasta scelta di spettacoli e concerti» spiega Montanari. «Ma non è solo un problema di risorse. Non basta dire aumentiamo il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) e abbiamo risolto. E' un problema più ampio e complesso che forse parte dall'educazione musicale nelle scuole».
Perché, a parte i progetti extra-scolastici già attivi anche alle elementari, nel corso dei 13 anni di scuole dell'obbligo la musica come materia di studio è presente solo alle medie. Quindi si tratta di un sistema educativo che non aiuta a creare futuri ascoltatori e spettatori, oltre che musicisti. Ecco perché oggi, paradossalmente, è più facile che si innamori di Rossini un giovane coreano di Seul e non un suo coetaneo modenese.
Anche perché capita che quel muro culturale che rende così faticoso il percorso dei cantanti stranieri, risulti alto da superare anche per molti artisti di casa nostra: «Anche con gli italiani, soprattutto con i più giovani, capita di dover spiegare il contesto, il perché di certe azioni e certi sentimenti, esattamente come capita con gli stranieri» spiega Montanari. «Magari credono di sapere, di capire, danno le cose per scontate, e si sbagliano. Mentre gli stranieri, dovendo partire da zero, sono più disposti »
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