Terremoto nella Bassa, ricostruzione a una svolta
Il commissario Bertelli: «Il 2015 anno dei cantieri nei centri storici e delle grandi opere»
È stato il braccio operativo di Vasco Errani per oltre due anni e mentre il presidente tesseva la propria tela a Roma per strappare, pezzo per pezzo, un po’ di equità economica per l’Emilia terremotata, lui si districava tra ordinanze e incontri, anche duri, con sindaci, professionisti, associazioni imprenditoriali. Ora Alfredo Bertelli è l’uomo in plancia di comando, responsabile unico della ricostruzione post-sisma e dell’alluvione: «Un riconoscimento che Errani mi ha voluto dare - ammette - e per cui ringrazio». Ma Bertelli, ieri ospite nella redazione della Gazzetta, sarà anche il traghettatore dell’immenso faldone terremoto tra il periodo Errani e il nuovo corso regionale.
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Commissario, in 30 mesi avete lavorato tanto: che giudizio dà del vostro operato?
«Io sono soddisfatto, non dimentichiamo mai da dove siamo partiti, ossia dalla riforma della protezione civile che non prevedeva più un euro per il territorio, limitando la propria presenza ai soli due mesi dell’emergenza. Sono passati tre governi nel frattempo e abbiamo dovuto costruire norme intere: quando si fanno i conti del terremoto è bene partire dal 23 febbraio 2013, quando cioè venne ufficializzato il contributo al 100 per cento sulla ricostruzione privata. Lì abbiamo iniziato davvero a parlare di ricostruire la nostra terra».
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D’accordo, in compenso però l’esperienza emiliana non ha ancora portato ad una legge nazionale sui rimborsi post-disastro ambientali.
«Noi abbiamo varato provvedimenti e modi di operare, spero si arrivi presto ad una legge adattabile ad ogni situazione emergenziale. Lo confesso, quando mi hanno chiamato da Genova per conoscere le nostre modalità di rilevamento danni dopo l’alluvione mi sono sentito in imbarazzo, pensando a quante alluvioni non hanno mai ricevuto un soldo di rimborso. Quella del modenese sì, ma solo perché c’era già il terremoto di mezzo».
Veniamo alle questioni aperte: da mesi si assiste ad uno scontro tra tecnici privati e pubblici. Come se ne esce?
«Con la trasparenza: ogni cittadino deve sapere a che punto è la propria pratica in corso di lavorazione. Così si evitano rimpalli di responsabilità. Io voglio toccare con mano le situazioni e così vado a vedere l’analisi delle pratiche e francamente ci sono progetti insostenibili. Stiamo utilizzando soldi pubblici e sappiamo bene che il denaro è un miele incredibile soprattutto per professionisti che da anni non facevano un progetto o imprese edili che non avevano alcun cantiere. Bene, detto ciò io voglio che i progetti vengano fatti bene e che rispondano a precise norme. Se uno ha pochi danni non può gonfiarli solo per vedere aumentato il proprio 10 per cento di ricavo. Noi paghiamo anche i rilievi, ma poi ci deve essere un riscontro nella documentazione fornita. Ho apprezzato l’intervento di un giovane ingegnere sulla Gazzetta, ha ragione quando dice che i giovani hanno una maggior conoscenza delle ultime norme e delle ultime metodologie di progettazione. Invece capita che ci siano professionisti con tantissime pratiche sulla scrivania, magari non hanno neppure allargato la platea dei propri collaboratori e, ovviamente, si concentrano sui progetti milionari, non certo su quelli da 20-30mila euro. Ero per mettere un tetto agli incarichi, ma non si poteva. Ebbene, ora viviamo in quel collo di bottiglia di cui ci avevano allertato, memori di altre esperienze analoghe al terremoto emiliano».
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I Map quando li smantellerete del tutto?
«Penso che il 2015 sia l’anno per la grande scrematura. Non a caso avevamo calibrato i contratti di affitto delle strutture su questi termini».
Guardiamo al futuro: come si fa a far rivivere i centri storici?
«Ristrutturandoli e investendo sulla promozione. Questo sarà il grande problema degli anni a venire. Intanto abbiamo creato le Unità Minime d’Intervento che accorpano interi edifici collegati tra loro. Ciò ci ha permesso di evitare liti tra i residenti, superando anche problemi come l’assenza dei proprietari oppure i provvedimenti di sequestro giudiziario. Tutti i locali saranno sistemati a prescindere dalla situazione. Poi però bisogna investire sui centri storici e non a caso abbiamo messo 11,5 milioni di fondi nostri per garantire ai Comuni un margine di intervento. Penso, ad esempio, ad un portico da rifare, una piazza da ammodernare. Si vuole dire ai privati: voi sistemate, che ci siamo anche noi ad aiutarvi».
Arriviamo al dunque: le zone franche urbane sono una promessa non ancora mantenuta.
«Le stiamo riproponendo in legge di Stabilità. Abbiamo fatto degli emendamenti precisi, sappiamo che non sarà facile, ma è necessario che il Governo capisca che concedere qualcosa oggi significa non spendere tantissimo domani. Perché quel tessuto di microimprese che finora ha sopportato una situazione di crisi mista al terremoto non ha più la forza di restare in vita. Se non le si aiuta un pochino alzeranno bandiera bianca. E sia chiaro che non parlo di una zona dove nessuno paga tasse, ma che esenta solo una piccola fascia di imprese locali, ma fondamentali».
Intanto anche le campagne rischiano di restare un ammasso di mattoni se non arriverà una proroga dall’Unione Europea.
«Non voglio neanche pensare alla mancata proroga sui progetti di ricostruzione agricola. Tutta la macchina politica sta lavorando per ottenerla dalla Ue, spero arrivi. Abbiamo dato mandato ai Comuni di creare una corsia preferenziale per pratiche agricole».
Torniamo alla burocrazia: ogni ufficio tecnico comunale fa quel che ritiene più giusto.
«Loro sono quelli che autorizzano i progetti e ne risponderanno in futuro. E i tecnici comunali non prendono neppure la parcella del 10%. Ma sono sicuro che ognuno agisce come meglio crede anche se continuiamo a fare seminari e incontri per uniformare le linee interpretative. C’è però da dire che non tutta la burocrazia è un male, quella che ci tutela dalla malavita è fondamentale. Pensate che c’è chi si lamenta dell’obbligo di effettuare almeno il 25% dei controlli sui cantieri. Invece capita che quando forze dell’ordine, Ausl e tecnici comunali vanno a verificare si assiste a dei fuggi fuggi generali, che dimostrano come le cose non sono certo in regola».
C’è poi la malavita organizzata che ci prova sempre.
«Il sistema delle white list sta funzionando o così sembra, ma ciò che più conta è l’attenzione di tutti gli attori della ricostruzione. I sindacati ci tengono sotto pressione e fanno bene, solo grazie al controllo diffuso possiamo provare a tenere lontano i malavitosi. Anzi, fare bene il proprio lavoro ci metterà al sicuro anche nei prossimi anni quando magari non parleremo più di ricostruzione, ma arriveranno a compimento delle indagini sull’utilizzo dei fondi pubblici. La disponibilità a denunciare casi sospetti è solo una forma di tutela del sistema».
@francescodondi
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