Terramare, come erano gli antenati dei modenesi
Alla scoperta delle usanze e dei rituali del popolo primitivo che tremila anni fa si insediò nella nostra pianura. Il luogo delle sepolture scoperto a Casinalbo Dal 14 dicembre mostra a Palazzo dei Musei
C’è un popolo antico che, anche se molto meno conosciuto, è interessante quasi quanto gli egiziani, i maya, gli inca, gli etruschi. Sono gli abitanti delle Terramare, i terramaricoli, i primi emiliani che si stabilirono in queste terre un tempo piuttosto inospitali. Si tratta dei nostri antenati diretti più antichi che si fermarono oltre 3mila anni fa nella pianura Padana tra Parma e Modena e tra Cremona, Mantova e Verona.
Questi “primitivi” avevano complessi e curiosi rituali di sepoltura e di gestione dei villaggi dove risiedevano: argomenti di cui ancora poco si sapeva, ma che saranno svelati nelle prossime settimane. Il Museo civico archeologico sulle Terramare sta infatti preparando una grande mostra, “Rituali della morte e aspetti della vita nelle Urne dei forti”, che sarà visibile a Palazzo dei Musei dal 14 dicembre al 7 giugno. In questa intervista Andrea Cardarelli, docente di preistoria alla Sapienza di Roma e curatore della rassegna con la funzionaria del museo civico Cristiana Zanasi, anticipa le novità sull'antico popolo.
Professore abbiamo iniziato a conoscere le Terramare con la prima mostra che lei fece sull'argomento nel 1997.
«Le terramare sono la realtà più specifica della nostra zona, forse non la più importante ma certo la più identitaria perché sostanzialmente i terramaricoli siamo noi. La mostra del '97 fu vista da 40mila persone e il passo successivo fu la costruzione del parco della terramara di Montale».
Ci racconti la mostra di dicembre.
«In sostanza, attraverso l'uso di tecniche multimediali come i video e ricostruzioni vere e proprie sarà messa in scena la vasta area di Casinalbo dove era collocato il sepolcreto di questa civiltà. Naturalmente saranno esposti anche molti oggetti come vasi, anche quelli funerari con le ossa bruciate dei cadaveri, punte di lancia, corredi funebri e reperti di confronto provenienti da Parma, Verona e Alba».
L'appuntamento del museo si basa sul sepolcreto di Casinalbo, cos'è?
«Quello del culto dei morti è l'aspetto meno noto delle terramare, questo perché le necropoli, ossia i cimiteri, sono rare e di difficile conservazione. Abbiamo dunque fatto la scommessa di puntare sul sepolcreto di Casinalbo che è stato scoperto per la prima volta nel 1880, scavato a inizio '900 e da noi a partire dal 1990. Era un'area amplissima, circa 12mila metri quadrati di cui un quinto ci è noto: si tratta in generale della più vasta necropoli in regione e una delle più grandi d'Italia che ospitava circa 3mila tombe. Qui abbiamo individuato circa 700 sepolture e ne abbiamo studiate e restaurate 400 grazie a studiosi di varie discipline».
Come realizzavano i loro cimiteri i terramaricoli?
«Era una necropoli a incenerazione, ossia bruciavano i cadaveri sopra una pira: i resti venivano poi inseriti dentro urne cineraria, molto simili tra loro, e seppellite in buche poco profonde. Dentro questi vasi le ceneri erano collocate con i resti delle ossa del cranio in alto e a parte rarissimi casi non vi abbiamo trovato resti di armi e oggetti a parte qualche spillone o piccoli vasetti. In superficie ponevano piccoli segnacoli in pietra per tenere a mente il luogo del defunto. Non esisteva la scrittura e questi segnacoli, a parte due casi dove sono incisi segni circolari, non presentano indicazioni di sorta».
Strano, non seppellivano le persone con i propri oggetti personali?
«È emersa e si vedrà per la prima volta un'area rituale con al centro un grande vaso con intorno molti resti di tazze in ceramica e oggetti di bronzo caratterizzati da segni di esposizione al fuoco. È quanto veniva bruciato insieme al morto, oggetti personali che non potevano più essere usati ma accedevano alla dimensione trascendentale della persona».
Perché urne dei forti?
«Richiamiamo Omero che scrive di Ettore e Patroclo e Foscolo che riflette sui forti, gli uomini illustri».
Cosa avete compreso dagli studi?
«Ci siamo chiesti come raccontare una storia con letture di diverso livello, dagli studiosi che avranno un ampio catalogo agli appassionati per cui abbiamo preparato una guida alla rassegna. Dalle ossa cremate e sottoposte al carbonio 14 abbiamo scoperto età, sesso, patologie e cause di morte tutto inserito in specifici data base. Tra queste vi sono in particolare la tubercolosi e soprattutto i colpi d'arma come le lance. Abbiamo anche capito che le ossa bruciate e spezzettate in piccoli frammenti venivano lavate (non c'è infatti traccia di carbone nei vasi). Si tenga inoltre presente che all'epoca l'età media era di appena venti anni».
Cos'altro?
«Circa l'85% delle sepolture erano tra loro raggruppate, anche 70 in soli 20 mq ed erano su più livelli, accatastati in diverse generazioni. Erano quasi tombe di famiglia. In qualche vaso c'era una coppia uomo donna, uomo uomo e in pochi casi bambini forse perché morivano quasi tutti da piccolissimi».
Questi i morti, ma in mostra parlate anche dei vivi.
«Sì, dei villaggi con circa 220 abitanti come quelli di Montale e appunto Casinalbo. Abbiamo capito che esisteva la famiglia mononucleare, ma soprattutto era diffusa quella patriarcale estesa con i capostipiti e le famiglie dei figli-fratelli. Altro aspetto importante è la fertilità delle coppie che mediamente avevano 6 figli di cui 2 sopravvivevano».
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