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Villaggi fortificati con guerrieri, artigiani e allevatori

Villaggi fortificati con guerrieri, artigiani e allevatori

Solo dopo l’Unità d’Italia gli archeologi diedero importanza all’area Montale-Casinalbo; terra venduta come concimante

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Due secoli fa la terra dove millenni prima abitarono i primi cittadini emiliani era venduta come concimante per le aree agricole.

Non finisce di stupire l'argomento legato alla mostra del Museo civico e i visitatori dell'esposizione potranno venire a conoscenza di mille segreti curiosi su questo aspetto archeologico.

Con il termine terramare la “vulgata” odierna identifica sia le antiche popolazioni padane dell'età del bronzo sia i villaggi, come quello ricostruito a Montale, sia chi vi abitava. Ma il nome arriva da lontano. In particolare nei primi decenni dell'Ottocento il termine era utilizzato per indicare delle cave di terriccio organico scavate in basse collinette, frequenti all'epoca nella pianura padana soprattutto tra Parma e Modena e tra Mantova e Verona. Già due secoli fa, ovviamente, si sapeva che questi accumuli di terriccio non avevano un'origine naturale anche se appunto il terreno, mischiato però a piccoli reperti archeologici, era utilizzato per fini solo pratici e non certo culturali.

Con il progredire della sensibilità per la preistoria anche in queste zone si iniziò a riflettere sui reperti individuati nel terreno. Reperti che però erano attribuiti a necropoli romane e celtiche. Solo dopo l'Unità d'Italia si intensificarono le ricerche e si scoprì che le colline erano legate ad antichi villaggi dell’età del bronzo (l'epoca va da tre a un millennio prima di Cristo). Solo da allora il termine “terramara” fu utilizzato dagli archeologi per indicare questi abitati: ormai si era partiti e in breve i numerosi scavi in zona legati alle terramare divennero famose in tutta Europa.

Gli scavi effettuati nel Modenese negli ultimi vent'anni hanno dimostrato che le terramare erano villaggi fortificati databili fra l’età del bronzo media e recente (siamo tra il 1650 e il 1170 a.C.), circondati da un terrapieno e da un fossato.

La dimensione di questi abitati variava: da 1-2 ettari nelle fasi più antiche fino a 20 ettari. Le case, disposte all'interno del villaggio secondo un modulo ortogonale, erano frequentemente realizzate a palafitte anche se in assenza di acqua che le attraversasse. Le case erano affiancate e separate da strade quasi sempre strette. Nell'area erano presenti spazi aperti per gli animali e depositi di merci. I villaggi erano molto frequenti e tutta l'area comprendente la pianura emiliana e le zone di bassa pianura delle province di Cremona, Mantova e Verona era densamente abitata.

In tutto questa popolazione, secondo gli studiosi, dovrebbe essere di circa 200mila unità nel periodo più florido. La società delle terramare era organizzata secondo un modello partecipativo che coinvolgeva tutta la comunità, anche se dovevano esserci differenze economiche e sociali. Oltre ai capi villaggio, i guerrieri rappresentavano l'èlite della società e un certo status privilegiato dovevano avere anche le loro donne. Importante era anche il ruolo degli artigiani che realizzavano spade, pugnali, lance, spilloni, fibule, rasoi e attrezzi per l'agricoltura come i falcetti. (s.l.)

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