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Esperti in camice bianco La Scientifica sfida la tv

di Francesco Dondi
Esperti in camice bianco La Scientifica sfida la tv

Alla scoperta della squadra speciale guidata dal dirigente Francesco Triggiani «I telefilm sono soltanto un’invenzione, ecco come si svolge il nostro lavoro»

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Tuta bianca, calzari monouso, guanti in lattice, valigetta sempre a portata di mano con all’interno tutti gli attrezzi del mestiere: dalla macchina fotografica al luminol, dal pennellino al nastro biancorosso necessario ad isolare la scena del crimine. Ecco il perfetto identikit del poliziotto che lavora nel “Servizio Polizia Scientifica della Polizia di Stato” e a cui sempre più gli inquirenti affidano la risoluzione dei casi più complessi e di maggior impatto sociale e mediatico. Non c’è omicidio o rapina nella quale la squadra del “Gabinetto provinciale Polizia Scientifica di Modena” guidata dal dirigente Francesco Triggiani non intervenga: uomini silenziosi, invisibili, che arrivano, controllano, prelevano reperti e poi si rinchiudono nel loro laboratorio per analizzare ogni dettaglio, ogni indizio che possa fornire “una prova oggettiva” e magari decisiva.

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Era il 1902 quando il dottor Salvatore Ottolenghi venne incaricato di istituire una scuola per la polizia Scientifica: si partì dalla catalogazione delle impronte digitali per poi affinare al massimo le più avanzate tecnologie di indagine. Ma fino a metà anni ’90 il ruolo della Scientifica resta sottotraccia: loro lavorano sodo, ma le prove schiaccianti da portare in tribunale sono altre. È ancora il periodo dove il ruolo dei testimoni, la bravura degli inquirenti o le confessioni sono determinanti ad incastrare il colpevole. Poi venne la televisione e quelle serie di successo mondiale che fecero conoscere al grande pubblico la Scientifica, affidandogli anche un potere taumaturgico che gli operatori “veri” faticano a scrollarsi di dosso. Perché, va detto, quei fenomeni immaginari che risolvono casi complessi ed intricati nel lasso di 45 minuti grazie ad un microscopio non esistono nella realtà.

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«Figurarsi che per fare l’analisi del Dna - spiega Francesco Triggiani - ci vogliono più o meno due settimane. Tra l’altro si tratta di un esame assai costoso, da effettuare soltanto quando c’è un fine investigativo specifico e necessario. È il caso, ad esempio, di un omicidio, ma magari anche dei furti di biciclette solo però se si ha la sensazione che ci si trovi di fronte ad una banda specializzata e che mette a rischio la sicurezza in città».

Eppure la cronaca recente ha affidato alla Scientifica un compito ben più gravoso: sostituirsi alle normali tecniche investigative per risolvere casi inquietanti. Agli agenti in divisa bianca spetta quindi il compito-dovere di trovare la prova schiacciante e decisiva. Si pensi all’omicidio di Perugia oppure al caso di Garlasco o ancora all’assassinio di Yara Gambirasio. Di esempi se ne possono trovare tanti altri, ma tutti raccontano di come la prova scientifica diventi fonte di violenti dibattiti in tribunale: l’obiettivo prioritario degli avvocati difensori sembra proprio quello di mettere in discussione il lavoro della Scientifica.

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«Sappiamo bene - aggiunge Triggiani - che il nostro lavoro è ormai al centro dell’attenzione di magistratura, media e legali. Tutti sentono la necessità di avere una prova decisiva, ma ciò che noi facciamo è offrire agli inquirenti prove inconfutabili e obiettive, non certo risolutive. La tesi accusatoria non può fondarsi soltanto sulle nostre conclusioni perché gli indizi che scopriamo non parlano da soli, ma raccontano soltanto una parte di verità. Facciamo un esempio: nel caso di Yara noi troviamo il Dna di una persona sui leggins della ragazzina, ma ciò non significa che quel Dna appartiene all’assassino. Quel Dna, invece, dice soltanto che la persona è venuta a contatto con i leggins di Yara. La differenza è decisiva di fronte ad un giudice e senza un castello probatorio convincente il nostro lavoro non può reggere la tesi fondante».

Ma nonostante la realtà sia assai diversa dalla fiction, negli uffici della questura di Modena gli agenti in camice bianco accettano la sfida: le imprese americane dei Csi sono entusiasmanti solo seduti in divano, la vita di tutti i giorni è assai diversa, forse più banale e ripetitiva, ma adesso è il momento di salutare. La valigetta si chiude con dentro gli attrezzi del perfetto poliziotto, c’è un omicida da scovare, un rapinatore da incastrare.

@francescodondi

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