Nuovi schiavi: dopati per lavorare di più
La testimonianza di un sociologo in una comunità sikh. «O abbiamo coscienza dei fenomeni, o siamo corresponsabili»
«Con i sistemi mafiosi o si prende coscienza o si è corresponsabili». Marco Omizzolo ha esortato così gli studenti presenti al Teatro Sacro Cuore per il terzo incontro del ciclo “Caminantes”.
Il sociologo ha parlato per esperienza diretta. Ha preso parte a una «comunità di sole braccia» di sikh, in provincia di Latina: «Non sono solo le quattordici ore di lavoro sottopagate - ha spiegato Omizzolo - ma anche l’indifferenza e la segregazione. Ci sono caporali che chiedono ai lavoratori di fare tre passi indietro, calare la testa e chiamarli “padroni”. Ci sono ragazzi che lavorano tutti i giorni da due anni per duecento euro al mese. Danno sostanze dopanti per farli restare in quelle condizioni. Oppio, anfetamine e antispastici come il doping per i cavalli. Ti dicono che tanto sono abituati così, mentre in realtà non possono avere i soldi da portare a casa. È un fenomeno clandestino con legami con la criminalità, che rende gli uomini schiavi. Se alzi la testa per protestare come minimo te la fanno riabbassare. È capitato che hanno tentato di dare fuoco a persone, per “gioco”, o hanno rovesciato taniche di benzina».
Il sociologo ha ricordato alcune cifre, come le quattrocentomila persone che vivono in condizioni di sfruttamento e le centomila in grave sfruttamento (dati Flai Cgil). «Stiamo parlando dell’Italia nel 2014». Omizzolo ha scoperto che ci sono figure dette “intermediari” o “sponsor”. «Sono loro a cui rivolgersi per fare arrivare braccianti in Italia, versando somme di denaro. Si fanno pagare anche da loro. I lavoratori stanno senza guadagnare finché non ripagano la somma data allo sponsor dall’imprenditore. A Latina molti indiani sono costretti dal padrone a tagliare la barba e togliere il turbante, che rende più visibile durante i controlli». Anche un modo per togliere le radici culturali a un popolo che vive di tre principi. «Lavorare, pregare e condividere», ha spiegato Ram Singh: il capo della comunità sikh modenese è in Italia da circa ventidue anni e ha ottenuto la residenza italiana. «I nostri figli studiano nelle vostre scuole, parlano la vostra lingua eppure non possono partecipare ai concorsi pubblici. Gli immigrati sono il trenta per cento della popolazione e ancora non hanno un leader in parlamento».
«I sikh sono la classe dirigente nel Punjab - ha concluso Omizzolo - e vengono qui per ragioni storiche e crescita sociale. È evidente che non tutto il caporalato è mafioso, ma la metodologia lo è. Abbiamo portato un testo in bicamerale per superare le costrizioni e le condizioni di subordinazione. Il Comitato non parte perché manca l’impegno di alcuni parlamentari dell’Antimafia».
Oggi si parlerà de “L’ascesa del razzismo nella crisi globale” con Pietro Basso, direttore del master sull’immigrazione della Ca’ Foscari di Venezia. Appuntamento sempre al Teatro Sacro Cuore alle 10, con ingresso libero.
Gabriele Farina
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