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Giovanni Tizian in tribunale: «Così i clan mi volevano morto»

di Francesco Dondi
Giovanni Tizian in tribunale: «Così i clan mi volevano morto»

Il giornalista ha ricostruito la sua storia e la sua vita trasformata dalle minacce di Nicola Femia Gli avvocati in aula fanno riemergere un episodio che coinvolge un collaboratore di Giovanardi

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BOLOGNA. Al secondo piano, nell’aula 11, del tribunale di Bologna c’è talmente tanta gente che qualcuno non riesce neppure ad entrare. Nessuno può ancora immaginare che i nomi del senatore Giovanardi e del suo uomo di fiducia, Luca Simonini, attireranno l’attenzione di lì a poco. I ragazzi del Fermi sono arrivati in corriera, i rappresentanti di Libera si presentano alla spicciolata così come gli esponenti di Sel e del Pd. In tribunale ci sono anche il figlio di Nicola Femia, la moglie e l’amante russa dell’imprenditore. Il sindaco Giancarlo Muzzarelli e il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, in qualità di parti civili, siedono invece nella prima fila, tra avvocati difensori e il pubblico ministero. Giovanni Tizian, invece, cerca un po’ di serenità nella sala d’attesa. Volto tirato e chino, qualche sorriso di circostanza. Solo nei suoi pensieri. Ma comunque sa che tutta quella gente tra il pubblico è arrivata per lui. Cercherà di farlo sentire un ragazzo normale nonostante sia costretto a fuggire dalla violenza della criminalità organizzata.

Sono da poco passate le 11,30 quando il giornalista de L’Espresso entra in aula. Prima di lui ha testimoniato Antonio Basile, maresciallo della Guardia di Finanza che ricostruisce gli incontri del sodalizio criminale finito nell’inchiesta “Black Monkey” che oggi conta 23 persone a giudizio tra cui “Rocco” Femia, ritenuto legato alla ’Ndrangheta e a capo di un’organizzazione che secondo la ricostruzione della Procura guadagnava con il gioco illegale.

Tizian prende posto sulla sedia dei testimoni e subito si gira verso i giudici. Lui è qui in veste di parte civile del processo e il presidente Michele Leoni lo ricorda non appena un avvocato difensore prova ad opporsi a qualche domanda del pubblico ministero. Si parte da Bovalino, dal paese dove Giovanni vide prima incendiato il mobilificio del nonno e l’anno dopo perse il padre, ammazzato da non si sa ancora chi. Aveva 7 anni.

Nel 1993 fugge a Modena dove frequenta le scuole, si laurea e inizia a collaborare con la Gazzetta di Modena. E proprio il nostro giornale finisce al centro dell’attenzione a più riprese. Il pm lo cita quando racconta dei due articoli in cui si parla di Femia: il 17 ottobre 2010 e il 17 dicembre 2011. In quei pezzi Giovanni svelava, per la prima volta, le trame e gli interessi della malavita sul gioco d’azzardo e le slot machines. E la Gazzetta viene chiamata nuovamente in causa quando un avvocato chiede a Tizian se fosse lui a proporre le inchieste oppure se qualcun’altro decidesse cosa affidargli. «Proponevo io - spiega - poi se ne discuteva».

Quei due articoli lo hanno costretto di nuovo a fuggire, ma non gli hanno negato di fare ancora il giornalista nonostante le nuove difficoltà nell’avere una scorta anche quando devi incontrare una fonte o esercitare il tuo mestiere quotidiano. «Era il 22 dicembre 2011 - ricorda - All’ora di pranzo mi squillò il cellulare: era un dirigente della Mobile di Modena che mi ha comunicato la disposizione di un servizio di protezione perché sono una persona esposta a rischio. Ma non mi hanno detto nulla sul perché». Lo scoprirà solo un anno dopo quando scattarono gli arresti per Black Monkey ed emersero le intercettazioni drammatiche.

«In mezza pagina parla di me questo giornalista, ed è già la seconda volta in due anni. Dice... un esponente della ’ndrangheta, poi questa cosa dei giochi... », disse Femia a Guido Torello nella telefonata registrata.

E il faccendiere gli rispondeva: «Va bene, mi dici come si chiama il giornale e il nominativo. E lo facciamo smettere immediatamente. Ci penso io, ce l’hai copia?».

E aggiungeva: «Ti dirò che c’è un giornalista che rompe le balle ad una persona che mi sta aiutando, poi ti dirò chi è. O la smette o gli sparo in bocca, perché è una persona che mi sta dando una mano».

Quello “gli sparo in bocca” Tizian lo pronuncia a bassa voce, gli avvocati glielo devono quasi strappare. Il silenzio scenda in aula. Lo interrompe Enza Rando, avvocato di Libera, che torna con la memoria a Modena.

«Lei conosce Luca di Modena?», gli domanda.

«No», risponde Tizian.

«Luca, segretario di Giovanardi?», ribadisce la Rando.

«Ex segretario», subentra un altro avvocato. Tizian ribadisce il “no” ma quella domanda apre un nuovo filone di discussione. Luca, come rivela l’inchiesta, è Simonini, factotum del senatore Giovanardi. È lui, secondo quanto sostiene Torello con “Rocco” Femia, che si dovrà occupare di zittire la Gazzetta, magari comprando della pubblicità e facendo così in modo che gli articoli di Tizian non vengano più pubblicati. Simonini non è indagato, bisogna dirlo, ma va anche detto che il nostro giornale non ha mai smesso di ospitare le inchieste di Giovanni.

@francescodondi

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