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Pietro Basso e il razzismo: «Gli immigrati, un valore»

Il razzismo? Un capro espiatorio creato dai potenti. È la tesi che Pietro Basso ha sostenuto davanti a oltre cento studenti del Sacro Cuore, del Sigonio e del Fermi durante l’ultimo incontro del...

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Il razzismo? Un capro espiatorio creato dai potenti. È la tesi che Pietro Basso ha sostenuto davanti a oltre cento studenti del Sacro Cuore, del Sigonio e del Fermi durante l’ultimo incontro del ciclo “Caminantes”. «È una formula magica per dare la responsabilità del malessere, dei disagi e della rabbia a chi viene da fuori - ha spiegato il direttore del master sull’immigrazione dell’università Ca’ Foscari di Venezia - dicono che gli immigrati rubano il lavoro e che i rifugiati prendono quaranta euro al giorno, quando invece sono al mese. La condizione media di chi vive il proprio lavoro peggiora, i precari guardano avanti con insicurezza crescente, il mercato globale va avanti solo mandando indietro chi lavora. I poteri forti trovano un capro espiatorio per stornare da sé la responsabilità». Eppure, secondo Basso, sono gli stessi potenti a cercare di importare i migranti (con buona pace della Bossi-Fini). «Senza immigrati in Italia non si mungerebbero le mucche - ha ripreso il professore - non ci sarebbe il recupero nei territori di collina e montagna, così le alluvioni sarebbero ancora più catastrofiche. Ancora, non ci sarebbero le industrie del cuoio, non funzionerebbero le pulizie, il carico e scarico delle merci, non ci sarebbe l’assistenza per anziani e disabili. Se per ipotesi andassero via i sei milioni di immigrati presenti in Italia il Paese piomberebbe dal settimo al cinquantesimo posto nella graduatoria dei più fiorenti al mondo». Pietro Basso ha ricordato come si tratta, nella maggior parte dei casi, di persone che vogliono lavorare. «Nel 2009 la percentuale dei rumeni in carcere era dello 0.28% rispetto alla popolazione rumena presente. Sono lavoratori e lavoratrici che non lasciano l’India, la Cina o i Balcani se non costretti. Vengono in Italia sapendo di essere soggetti allo stigma. Li vogliamo, ma non li vogliamo». Secondo l’ospite esistono tre tipi di razzismo. In ordine decrescente sono: istituzionale, dottrinale e popolare. «Si dice che sia proprio degli ignoranti, io penso all’incontrario e cioè che fa parte della relazione di mercato. Per me è una malattia, come ogni forma di dominazione. Prima di essere qualcosa nella testa o nel cuore delle persone, è un rapporto sociale che viene da lontano». Non pregiudizio del popolo, dunque, ma strumento di governo. «Serve a creare divisioni. Attaccare gli immigrati, i clandestini, i rom, i richiedenti asilo serve a far scendere il livello dei diritti per tutti. Accade così in Europa nel 1968. Il razzismo è la formula magica per creare contrapposizioni e preparare guerre. Occorre superare il modello del capitalismo, smettendo di vivere sulle spalle degli altri». Oggi il ciclo si chiude con una tavola rotonda. Tra gli ospiti l’ex sindaco Giorgio Pighi e il docente Marco Cattini. Ingresso libero alle 10, sempre al Teatro Sacro Cuore.

Gabriele Farina

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